SENZA TE O CON TE – Storie di “notti bianche”

Ieri mattina, dopo la solita notte contrassegnata dal poco sonno e dai tanti pensieri, ho iniziato e finito un avvincente libro regalatomi da un amico la sera precedente: “Tre atti e due tempi“, di Giorgio Faletti.

A pagina 113 è scritto:

La certezza può essere dolore. L’incertezza è pura agonia“.

E’ vero, e la mia agonia durerà ancora un mese e mezzo circa. Ho un paio di lavori importanti da portare a termine, dopo di che Francesca e io decideremo se sia il caso che torni a trovarla in prospettiva di eventuali sviluppi che possano riportarci a vivere come una coppia.

Nel frattempo, tra una riflessione e l’altra, entrambi continuiamo le nostre rispettive vite in due realtà che più diverse non si potrebbe. La mia è spesso caratterizzata da ricordi e associzioni di idee tra le più disparate: una serie di episodi e situazioni che immancabilmente mi riconducono a lei. Un velo di malinconia perennemente presente, che mi impedisce di godermi appieno anche le situazioni più piacevoli. Ieri sera, però, allo stadio “Meazza” di Milano andava in scena la 3ª edizione della Notte Bianca. Per nove ore la Scala del Calcio ha aperto i suoi battenti a tutti gli appassionati, dando loro la possibilità di assistere da una nuova prospettiva a tutti quei rituali normalmente riservati solo ai pochi eletti che hanno la fortuna di entrarvi come atleti. Compresa quella, per la prima volta negli 85 anni di storia del glorioso impianto milanese, di scendere in campo e provare l’ebbrezza di battere un rigore in una porta regolamentare da 2,14 x 7,32 metri.

E allora eccomi, io, proprio io, Cristiano Marzorati, dopo tante domeniche, sabati e mercoledì, passati in Curva, uscire dal tunnel degli spogliatoi, rilassarmi brevemente in panchina, e attendere col cuore in gola il mio turno, pensando e ripensando a dove e come tirare per non perdere l’occasione unica e irripetibile di segnare un gol laddove mi avevano preceduto Mazzola, Altobelli, Matthaeus, Ibrahimovic, Eto’o, solo per fare qualche nome a caso.

 

 

 

 

 

Undici metri sembrano pochi visti da lassù. Quando l’arbitro indica il dischetto e l’attaccante della tua squadra si avvicina al pallone, sai che stai per esultare; e di contro, quando invece è un avversario che si appresta a battere, cominci già a pensare a come smaltire la delusione della quasi certa rete subìta.

Da qui le sensazioni sono molto diverse: la luce della porta non è più 14 metri quadri abbondanti, guardando il portiere ti senti come Pollicino al cospetto dell’orco, e la distanza dalla linea di porta potresti misurarla in anni luce. Ma quante altre volte nella vita mi troverò dove sono ora con un pallone tra i piedi?

Questo, immortalato dal mio amico Pigi con eccezionale tempismo, è il momento esatto in cui la sfera di cuoio si stacca dal mio piatto destro. Poche frazioni di secondo dopo andrà a gonfiare la rete nell’angolino basso alla sinistra del portiere che non tenterà nemmeno la parata: proprio là, dove, al termine di mille cambi di idea, avevo deciso di indirizzarla.

Il sèguito è tensione che si scioglie, estraniamento totale, come se in quel rettangolo verde non ci fossero altre centinaia di persone ma solo il sottoscritto. Torno a recuperare i vestiti e gli altri oggetti che avevo appoggiato a terra, senza degnare neanche di uno sguardo il portiere appena battuto. In quel momento, per me, non esisteva nemmeno lui. E mentre i miei amici tiravano a loro volta in porta, io mi sono sdraiato faccia a terra quasi a voler diventare un tutt’uno con l’erba profumata e perfettamente rasata.

Trenta secondi, quaranta… forse un minuto. Di pura felicità. Per un breve, brevissimo periodo, Francesca è uscita dalla mia mente. Poi, quando gli addetti dello staff mi hanno invitato a rialzarmi per uscire dal campo, ci è rientrata prepotentemente. Avrei voluto comunicarle in anteprima la mia impresa. “Giolly, ho segnato a San Siro!“: solo questo, del resto avremmo avuto tanto tempo per parlare. Non l’ho fatto, perchè se non mi avesse risposto, se fosse caduta la linea, o se non avessi sentito nella sua voce il tono che mi aspettavo, rischiavo seriamente di rovinarmi l’intera serata, e questo non doveva accadere per nessun motivo al mondo.

Appena tornato a casa le ho scritto un sms. Da lei in Tanzania era ormai mezzanotte passata e non mi aspettavo che rispondesse. Poco dopo, invece, mentre stavo pubblicando le foto su Facebook, odo il ronzio del cellulare e vedo illuminarsi il display. Le prime parole che leggo sono: “Wow, che bravo!“. Tesoro mio, mi perdoni, vero, se per qualche istante sono stato felice anche senza di te?

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CI RISIAMO…

3 anni. Tre fottutissimi anni ci avevo messo per rimarginare la ferita lasciatami da Anna23, aprire gli occhi su che tipo di persona era veramente, e cancellarla una volta per tutte dalla mia vita.

Francesca mi aveva dato una grossa mano, con la sua dolcezza e il suo affetto, che non erano mai venuti a mancare nemmeno quando avevamo deciso di interrompere la nostra relazione. Nemmeno quando le strade della vita hanno messo tra noi undicimila e passa chilometri. Tutto è andato a gonfie vele, o almeno così sembrava, fino a tre settimane fa. E’ successo qualcosa il pomeriggio di Pasqua, qualcosa che non avrebbe dovuto avere su di me un effetto così devastante. Invece l’ha avuto, e adesso mi ritrovo completamente impreparato ad affrontare il suo cambiamento e quelle sensazioni che riemergono da un  passato che pensavo ormai sepolto.

Io non ho fatto nulla per agevolare questa situazione. Anzi, avendo giurato a me stesso che non ci sarei mai più ricascato, ho fatto di tutto per evitarla. Ma non è servito a niente. E non è che il fatto di sapere, a differenza di allora, la causa scatenante mi faccia stare meno male. Ho bisogno di parlarle, di comunicare quello che provo, e di capire cosa prova lei, ma la paura di lasciarsi prendere dall’impulsività e di pronunciare le parole sbagliate al momento sbagliato è troppo forte. Francesca dopo tutto è una donna, e se fino a 23 giorni fa ero sicuro di poterle dire tutto, adesso purtroppo non è più così. E se poi si rivelasse come tutte le altre? No, non ci voglio pensare, non posso aver preso un granchio simile… spero.

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12 GIORNI IN UN’ALTRA DIMENSIONE


Il volante a destra e il mezzo che occupava la carreggiata di sinistra; le donne che camminavano per chilometri con i figli piccoli sulla schiena a mo’ di zaino e la spesa in equilibrio sulla testa; gli asini ai bordi della strada, che ogni tanto la attraversavano costringendo il traffico a bloccarsi per lasciarli passare… E’ questo lo scenario in cui mi sono trovato catapultato appena uscito dall’aereoporto di Arusha Kilimangiaro e montato sull’improvvisato taxi che era venuto a prendermi. Piccole cose che, però, mi hanno dato una prima idea di quanto mi aspettava durante la mia vacanza africana. Ma era solo l’inizio.

Nei giorni seguenti il pensiero dominante è che la Tanzania fosse quella che si chiama, con espressione forse un po’ abusata, “terra di contraddizioni”. Non mi viene in mente altro termine per definire una nazione di 945.000 chilometri quadrati con una popolazione pari a ¾ di quella italiana, caratterizzata da immense distese di verde incontaminato dove la maggior parte delle automobili viaggiano a kerosene impestando l’aria di fumo nero e puzzolente; case costruite con fango impastato a polvere di roccia i cui abitanti parlano con disinvoltura al telefonino; scuole isolatissime in mezzo al nulla più totale, frequentate da bambini e ragazzi in uniformi elegantissime neanche fossero cadetti di Oxford o impiegati di banca; prodotti della terra coltivati nell’orto dietro casa, “gonfiati” con chissà quali concimi chimici, e poi venduti in improbabili mercati all’aperto, stesi in mezzo alla strada polverosa, spesso percorsa dai pullmini “dala-dala” stipati all’inverosimile e il cui percorso si dovrebbe riconoscere dal colore della carrozzeria.

Superato lo shock iniziale, ti viene voglia di entrare in questa realtà, per conoscerla meglio e capire se vale la pena viverla appieno almeno per qualche giorno oppure rimanere nella comodità della tua zona residenziale, con le case costantemente sorvegliate da un guardiano e protette da sistemi d’allarme collegati con agenzie private in grado di intervenire praticamente in tempo reale. Ho scelto la prima ipotesi, anche se non è affatto facile per un “mzungu” (uomo bianco) mimetizzarsi tra la folla come un normale turista.

Francesca mi aveva raccontato che più volte alcuni abitanti del posto, assolutamente sconosciuti, le avevano attaccato bottone in mezzo alla strada, rivolgendole galanterie e apprezzamenti vari. “D’accordo, è una bella ragazza e magari gli africani saranno un tantino ‘espansivi’ – pensavo – ma starà sicuramente esagerando. Non è possibile che sia davvero così”. Invece aveva ragione lei, e l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ma non perchè qualche negretta carina ci abbia provato con me (magari!), bensì perchè fin dalla prima mezza giornata che sono uscito, peraltro diretto in mezzo alla foresta accompagnato da una guida locale, sono stato letteralmente circondato da venditori di qualsiasi cosa (prevalentemente stoffe dipinte in stile batik) che mi proponevano la loro merce o addirittura mi accompagnavano a visitare i loro negozi. Non solo: tre di essi (tra cui un sedicente istruttore di golf che mi ha visto uscire da un centro sportivo in cui ero andato a curiosare) mi hanno perfino lasciato il loro numero di cellulare nella speranza di avermi come cliente prima del mio rientro in Italia!

Inizialmente mi sono prestato volentieri. É bello, trovandoti all’estero in un Paese tanto lontano, incontrare gente cordiale che ti parla (in un inglese maccheronico almeno quanto il mio), mostrando il desiderio di aiutarti, poi però ci ho messo poco a capire che dietro c’era un secondo fine, sempre lo stesso: la richiesta, spudorata di “mance”. A vario titolo, anche semplicemente per averti accompagnato nel luogo che desideravi visitare evitandoti fastidiose consultazioni della cartina (strumento da nascondere, ove possibile, per non dare mai l’impressione di essere in difficoltà), e pazienza se, tra una deviazione al negozio dell’amico e una “scorciatoia” in mezzo al bosco, un tragitto da mezz’ora si compie nel doppio del tempo. Oltretutto alcune zone e alcuni orari sono altamente sconsigliati a causa della microcriminalità dilagante. Sinceramente la mia impressione è che gli abitanti di Arusha siano dei tritapalle professionisti, ma non dei delinquenti, però a furia di sentirmelo ripetere da chi in questa città ci vive e ci lavora ho finito per crederci e prendere le dovute contromisure. Tra cui servirmi di un taxi, ovviamente abusivo senza tassametro, per percorrere quei 5 km scarsi che mi separavano dall’ “Heritage Cultural Centre”.

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Stante la situazione, per così dire, “ambientale”, l’alternativa, nonché l’indiscusso punto di forza del turismo tanzaniano che richiama persone da tutto il mondo, sono i safari fotografici nei numerosi e vastissimi parchi nazionali sparsi su tutto il territorio. Ovviamente, considerata l’estensione delle aree da esplorare, questa attività richiede tempo e soldi: due cose di cui la mia disponibilità è tutt’altro che ampia.

Resta il fatto che andare in Africa a trovare una ex fidanzata impiegata nel ramo senza provarne neanche uno sarebbe come farsi accompagnare a Roma da un amico arcivescovo e non vedere il Papa. Ragion per cui, sfruttando le conoscenze e gli agganci accumulati nei suoi primi quattro mesi di lavoro nel Continente Nero (e per giunta proprio alle falde del Kilimangiaro!), la ragazza ha organizzato un weekend lungo comprendente i parchi nazionali di Arusha, lago Manyara e cratere di Ngorongoro dal venerdì alla domenica.

Impressionante. Una jeep e poche ore di strada: è bastato questo per catapultarmi in una sorta di zoo a cielo aperto, dove gli animali selvatici nel loro habitat naturale si materializzavano l’uno dopo l’altro sotto i miei occhi, e quando per caso qualcuno tendeva a nascondersi ci pensava la guida ad andarlo a raggiungere trasformando il fuoristrada in un’auto da rally per “catturare” una leonessa addormentata in cima a un albero.


Fauna selvaggia abbiamo detto, ma c’è una caratteristica di questa misteriosa nazione ancora più affascinante: panorami suggestivi, imponenti quanto incontaminati e mantenuti in uno stato primordiale, senza mai cedere (forse anche a causa delle innegabili difficoltà logistiche) alle tentazioni del turismo di massa. Sì, certo, nei documentari e nelle fotografie mi era capitato qualche volta di vederli, ma trovarmici nel mezzo mi ha lasciato del tutto senza fiato, facendomi dimenticare (o quantomeno mettere in secondo piano) per alcuni giorni la crisi nerazzurra lenita dal “brodino” rappresentato dalla recente vittoria in casa del Chievo, il libro sull’Inter di Bersellini a cui sto lavorando e che dovrebbe uscire tra poco meno di due mesi, la burocrazia che governa la gestione delle pratiche antincendio, il campionato di fantacalcio diventato improvvisamente incerto, e tutti gli altri aspetti della quotidianità metropolitana.

Sono tornato a Milano da poche ore, stravolto dal viaggio e con tanti ricordi ancora freschi, e anche se questa è la mia città, dove ho vissuto e voglio vivere la mia vita, la sensazione di malinconia è quella che mi attanaglia tutte le volte che una splendida avventura volge al termine. La conosco bene, e so che passerà presto.

Ecco, semmai il rimpianto è che un’esperienza del genere sarebbe stata da godere con la mente completamente sgombra, senza la preoccupazione di trovarsi dall’altra parte del mondo, e con più tempo davanti, senza doverla incastrare tra due giornate di campionato. In estate, dite? Sì, certo, troppo facile… peccato che la Tanzania sia appena sotto l’equatore. Ciò significa che in agosto sono nel pieno della stagione secca, la quale sarà pure la migliore per osservare da vicino la migrazione contemporanea di milioni di animali alla ricerca di cibo e acqua, ma a dispetto del nome è anche la più fredda, e sinceramente abbandonare il sole e le spiagge italiane per indossare sciarpa e cappotto nell’emisfero australe non mi attira affatto. Visto che Francesca è una giramondo nata, spero che il suo prossimo lavoro sarà nell’isola di Ibiza.

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CINQUE PARTITE IN SETTE GIORNI

E’ davvero strana questa seconda stagione di “sciopero del tifo”, diversissima dal 2009/10.

Allora è stato tutto molto più lineare: mi sono abbonato al Monza, poi ho fissato un calendario di trasferte dell’Inter per me particolarmente significative, e l’ho rispettato aggiungendone solo altre due per le quali si era presentata un’occasione difficile da rifiutare. Il “Meazza” l’ho visto solo in occasione dei miei periodici “pellegrinaggi” e del triangolare benefico con in campo i personaggi televisivi, andato in scena all’indomani dell’ultima giornata di campionato.

Quest’anno, invece, sebbene le premesse che mi avevano consigliato la scelta, e di conseguenza le intenzioni, fossero più o meno le stesse, la realtà si sta rivelando un pochino diversa. Tanto per cominciare la simpatia nei confronti del Novara nata con la frequentazione di Francesca, nonostante la storia travagliata tra me e lei (di cui proprio oggi ricorre il primo “lasciversario“), e la classifica che di settimana in settimana si fa sempre più drammatica, non si è spenta ma è anzi aumentata al punto che anche oggi, dopo l’ennesima sconfitta e l’ultimo posto solitario, continuo a sperare irrazionalmente in una salvezza ai limiti dell’impossibile. E poi c’è Giulio, il più storico ed eccentrico dei miei amici che, ormai da quasi un anno impegnato in uno dei traslochi evidentemente più difficili dai tempi in cui l’uomo abitava le caverne, ha più volte rinunciato al suo abbonamento dandomi così la possibilità di scroccare le partite dell’Inter senza che dalle mie tasche esca un centesimo destinato alle casse dello Sfigato meglio noto come Massimo Moratti.

Partendo da qui, e ripercorrendo l’ultima settimana, mi accorgo di aver girato tre stadi assistendo a cinque partite valevoli per tre diverse manifestazioni.

Si comincia secondo programma con Monza-Reggiana, nel gelido deserto del Brianteo, dove Iacopino & C. rimediano uno 0-2 casalingo che porta a nove i turni consecutivi senza vittorie, lasciando i biancorossi in piena zona playout.

Tre giorni dopo è la volta degli ottavi della Coppa Italia, spezzettata come di consueto e incastrata nei periodi più assurdi e meno indicati per giocare e guardare il calcio. Negli ottavi di finale, però, entrano in scena le grandi, quelle che hanno concluso la passata stagione ai primi posti, e complici anche i prezzi più che stracciati imposti nel tentativo (per lo più vano) di attirare un pubblico non dico numeroso, ma almeno presentabile (o per meglio dire “inquadrabile”, visto che i registi della Rai ordinano ai loro cameramen di non fissarsi sugli spalti semivuoti), sfidando la temperatura sotto lo zero del gennaio milanese, ho deciso di concedermi una serata allo stadio. Si giocava Milan-Novara, e anche se il mio compagno di avventura Gallo si è lasciato spaventare dai rigori invernali dando forfait a sette ore dal fischio d’inizio, chi se ne importa? Due giubbotti con cappuccio uno sopra l’altro, e via: destinazione secondo anello verde, poi tramutatosi in un inaspettato ma quanto mai gradito primo anello arancio, con tanto di seggiolini rivestiti.

Purtroppo sulla stoffa è riportato lo stemma dei rossoneri, e qui la tentazione di mollarci sopra qualche renza è stata troppo forte per poterla reprimere! Sfortunatamente l’illusorio calcio di punizione con cui Radovanovic pareggia in zona Cesarini le sorti dell’incontro è solo il preludio a una mezz’ora supplementare di freddo, ma proprio quando gli acciacchi di Merkel e Pato cominciano a farmi sperare nel colpaccio, il “Papero” realizza la rete del definitivo 2-1 che spedisce il Milan ai quarti e il Novara a casa.

Devo ammettere che, realisticamente, me lo aspettavo, ma soprattutto non c’è tempo per rammaricarsi. Siamo già a giovedì, e sul campo della Scala del Calcio si esibisce la parte nobile di Milano, quella sempre in serie A da 104 anni per intenderci. Inter-Genoa è la replica della sfida di un anno fa. Stesso campo, stesso turno e visto come si è conclusa la manifestazione lo scorso 29/5 gli auspici sono i migliori possibili. La serata fredda, anche se non polare come la precedente, suggerisce a Giulio di starsene comodamente a casa seguendo la diretta televisiva, e io così mi ritrovo nel primo anello blu, proprio dietro la porta dove il giovane ex sampdoriano Andrea Poli in apertura di secondo tempo finalizza uno splendido triangolo volante con Obi, raddoppiando e mettendo al sicuro il risultato dopo il vantaggio conseguito nella prima frazione da Maicon con un esterno destro di rara bellezza. Quando Birsa accorcia le distanze per i Grifoni è troppo tardi anche solo per preoccuparsi. Inter qualificata e c’è anche tempo per una foto ricordo con il lucano-bolognese Angelo, conosciuto anche col nickname Boston George #24, col quale ho più volte battagliato scherzosamente sul forum dei FantaLakers.

Passano due giorni ed eccoci al “Silvio Piola” di Novara per la replica, a campi invertiti, della sfida di Coppa tra i Campioni d’Italia in carica e la matricola piemontese tristemente impegnata in una difficile rincorsa alla salvezza. Purtroppo, però, nemmeno San Gaudenzio, patrono della città di cui proprio ieri si celebrava la festa, invocato dal pubblico di casa per “salvarci dal diavolo“, come recitava uno striscione esposto in tribuna, può nulla contro la fin troppo netta superiorità tecnica rossonera. E così il diavolo si materializza con le fattezze di Ibrahimovic e Robinho, autori delle tre reti a cui mi ritrovo ad assistere (beffa delle beffe!) dalla Curva milanista, unico settore nel quale io e il papà di Francesca abbiamo trovato i biglietti.

Esperienza assolutamente da non ripetere; l’unico aspetto positivo è che, pur circondati dagli Ultras della Milano che retrocede, siamo riusciti a non vomitare l’ottimo pranzo consumato poche ore prima.

Sulla via del ritorno, non so esattamente perchè, forse per risparmiare sul pedaggio o forse per prolungare una giornata comunque piacevole, decido di non prendere l’autostrada bensì la Statale. Sto guidando tranquillamente, assistito dal mio fido navigatore, quando ricevo una telefonata di Giulio. Iniziamo parlando del più e del meno, poi a un certo punto, lo sento rivolgersi a suo papà: “Non so, andrò a vederla in qualche locale…“. Ovviamente si riferisce al posticipo Inter-Lazio e io, che due giorni prima mi ero precipitato sotto il suo ufficio per restituirgli l’abbonamento, lo rimprovero: “Cazzo, se me lo dicevi prima me lo tenevo e stasera andavo io!“.

Niente da fare, è stata una decisione dell’ultimo momento, però Giulio me la butta lì: “Abbiategrasso – dove si è da poco trasferito – non è molto lontano da Novara…“. Chiedo conferma al Tom Tom: è vero, infatti in quel momento mi trovavo ad appena 14 km da casa sua. Stavolta la decisione estemporanea l’ho presa io: “Sto arrivando, tra venti minuti sono lì“.

Puntuale come il destino mi presento all’appuntamento. Quando leggo sul citofono la scritta “Marzorati” ho un flash, ma è un semplice caso di omonimia. Cerco il cognome giusto e schiaccio il pulsante. Giulio scende imbacuccatissimo, dà due colpi di tosse, mi passa la tessera attraverso il cancello e mi saluta chiudendo dietro di sè la porta a vetri dell’atrio. Sono in anticipo clamoroso, ma purtroppo Pigi non è nelle migliori condizioni. Peccato, lui abita vicino allo stadio e mi sarebbe piaciuto passare a casa sua e attendere lì l’orario d’inizio della partita. Vabbè, pazienza, mi fermo in un bar a mangiare e poi mi incammino verso i cancelli. L’ultimo ostacolo è il varco di prefiltraggio. C’è il rischio che mi chiedano i documenti, scoprendo così che non sono il titolare dell’abbonamento, ma anche stavolta va tutto liscio: senza il tanto decantato cambio nominativo, la tessera non viene disattivata e dunque posso finalmente raggiungere il “mio” posto al secondo anello rosso.

Come un dejavù, ancora una volta come lo scorso anno, durante Inter-Lazio sono distratto da pensieri fantacalcistici. I biancocelesti Marchetti, Klose e Biava fanno parte della mia squadra, capolista della lega, la qual cosa mi crea qualche conflitto d’interesse col mio cuore nerazzurro. Fino a un certo punto, però, perchè poco dopo il fischio d’inizio Francesca mi conferma via sms che il mio avversario giocherà con un uomo in meno, quindi salvo catastrofi la vittoria è in cassaforte. E allora forza Inter, andiamoci a prendere ‘sti tre punti!

Detto e fatto: Milito e Pazzini rimontano il vantaggio laziale di Rocchi, 2-1 per noi e tutti a casa. Me compreso, visto che ero in giro da circa dieci ore, ma per una giornata così ne è valsa sicuramente la pena. Ora non mi resta che augurarmi che il trasloco di Giulio duri almeno fino al termine della stagione…

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(EX) DERBY D’ITALIA A SORPRESA

Un’altra SuperCoppa giocata (e persa) in Cina.
Un ritiro estivo blindato dove avvicinare i giocatori era più difficile che ottenere un’udienza privata col Papa.
Un’altra folle cessione del nostro miglior fuoriclasse per una manciata di euro.

E di conseguenza un altro anno lontano da una squadra che sento sempre meno “mia”. Sciopero del tifo, stavolta ancora più netto rispetto a quello della stagione 2009/10: unica eccezione Novara-Inter, doveroso omaggio ai concittadini di Francesca appena tornati in serie A.

Questo, almeno, era ciò che credevo…

Tre giorni fa ho passato il sabato proprio con lei: siamo stati al Billa per scambiare le figurine dei Puffi, abbiamo pranzato a casa sua e dopo ci siamo trasferiti da sua sorella dove, mentre lei cucinava i dolci per la vendita benefica domenicale e per la festa di Halloween, io cercavo di insegnare alla nipotina Beatrice le regole fondamentali del calcio e della pallavolo. Con poco successo, in realtà… sarà forse perchè ha un anno e mezzo e deve ancora imparare a parlare?
Ultimata la preparazione, rimessa in ordine alla bell’è meglio la cucina e salutate le padrone di casa grandi e piccole, sono salito in auto pensando a una tranquilla serata davanti alla televisione. Prima ancora di mettere in moto, però, ho telefonato a Pigi per discutere di alcuni aspetti lavorativi. Ed è stato in quel momento che i miei progetti a breve termine hanno cominciato a essere piacevolmente sconvolti.

– “Dove siete tu e Francesca?
– “Lei ha appena finito di preparare una torta, e io sto partendo per tornare a Milano
– “Ah, peccato perchè mi avanzavano due abbonamenti per questa sera“.

Ora, chiariamo per i meno informàti che “questa sera” non era una sera qualsiasi: era sabato 29 ottobre, il giorno di Inter-Juventus!
Già, peccato che, quando istintivamente ho guardato l’orologio, ho realizzato di avere poco più di un’ora per percorrere 55 chilometri, parcheggiare, ritirare la tessera dai miei amici dell’ufficio stampa e raggiungere la tribuna. Impossibile, ma anzichè su “Base” ho impostato il navigatore su uno dei “Preferiti” salvati in memoria: “Stadio MI”.
Dopo tutto tentare non nuoce; magari non avrei incontrato traffico… magari avrei trovato parcheggio proprio davanti al “Meazza”… magari la partita sarebbe iniziata con qualche minuto di ritardo…

Con questi pensieri in testa, il piede sull’accelleratore, un occhio all’orologio, uno al navigatore e un altro alla strada (ooops, ne ho contati 3… vabbè, era per rendere l’idea) arrivo al casello: 20:33. Dodici minuti al fischio d’inizio; no, non ce la farò mai.
Mando un sms a Pigi ringraziandolo comunque per l’invito, lo inoltro quasi identico a Francesca per informarla dei miei spostamenti, e ri-programmo il TomTom, stavolta col mio indirizzo di casa. Seguo meccanicamente le indicazioni con la testa da tutt’altra parte. So di avere fatto tutto il possibile, tuttavia non riesco a credere che sto rinunciando ad assistere gratis all’ (ex) Derby d’Italia… Maledizione, se solo l’avessi saputo prima!
Arrivo a un bivio. La voce sintetica mi suggerisce di svoltare a sinistra. Prima di attraversare l’incrocio guardo da entrambi i lati, e dalla parte opposta vedo stagliarsi inconfondibile la sagoma del mio stadio illuminato a giorno, pronto ad accogliere gli attori della grande sfida.
Uno sguardo allo specchietto retrovisore: dietro di me non c’è nessuno. Freccia a destra, ci riprovo!
I minuti scorrono veloci, “Ormai sarà già iniziata” – penso – ma non mi fermo. Parcheggio selvaggio su un passo carraio davanti all’ippodromo. Mi stringo più che posso contro un’altra macchina il cui proprietario ha avuto la mia stessa idea, ma tanto i cavalli mica escono al sabato sera!
Corsa a rotta di collo verso il cancello 8. Col poco fiato che mi avanza chiedo al mio amico se ha una tessera per me. Guarda tra le sue carte e mi risponde: “No“, ma proprio mentre mi si sta gelando il sangue nelle vene, telefona a un collega e mi invita a seguirlo. Entra in una porta a vetri, dicendomi di aspettarlo lì. Non posso fare altro, ma intanto, sopra di me, rimbombano i “rumori di fondo”: cori, applausi, poi un urlo…
Ecco, lo sapevo, hanno segnato e io sono ancora fuori“.
No, un attimo, il boato si strozza prendendo le forme di un “Noooooooooo!!!!!” pronunciato all’unisono da 70.000 persone. Lo riconosco, è il segnale inconfondibile di un gol fallito per un soffio.
Eccolo finalmente, il mio amico è tornato. In mano non ha nessun abbonamento, ma un biglietto da addetto ai lavori. “Servizio senza posto”, c’è scritto. Va bene lo stesso!
Gli strappo quasi dalle mani il preziosissimo tagliando, lo ringrazio e lo saluto frettolosamente mentre mi sto già allontanando di corsa verso le scale. Due, tre gradini per volta, i muscoli delle gambe cominciano a bruciare, il cuore pompa sempre più forte, ma ormai sono in cima: secondo anello rosso, davanti a me si apre la visione del campo. Uno sguardo al tabellone: Inter 0 – Juventus 0. Bene, ce l’ho fatta!
Passano due minuti e Vucinic porta in vantaggio i bianconeri, poi pareggia Maicon e Marchisio, sempre nel primo tempo, fissa il definitivo 2-1 per i gobbacci.
Abbiamo perso, ma chissenefrega, tanto questa non è più la mia Inter. Il “Meazza” di San Siro, invece, è sempre il mio stadio e anche se ormai  lo porto con me ovunque, tornarci è sempre un’emozione straordinaria!

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PINZOLO 2011: MA “RITIRATEVI”, VA’…

Vediamo, da dove cominciare per descrivere la presa per il culo perpetrata ai danni di migliaia di persone?

Dalle date del ritiro, cambiate tre volte in meno di due mesi?

Dal numero chiuso per entrare al campo di allenamento?

Dalle sedute mattutine a porte chiuse?

Dai 15 euro necessari per assistere in piedi, dietro una porta, a Inter-Trentino Team e Inter-Mezzocorona?

Ma no, dài, questi sono solo “piccoli inconvenienti” che nel calcio business di oggi possono capitare se l’organizzazione è gestita da una società di incompetenti. Ciò che invece non doveva, non poteva, succedere perché perfino un milanista avrebbe capito che la folla di uomini, donne e bambini giunti in Trentino riempiendo gli alberghi e finanziando gli esercizi dell’intera Val Rendena, chiedeva una sola cosa a questa vacanza: interagire da vicino coi propri idoli, era impedire il rapporto tra l’Inter e i suoi fans.

E invece è accaduto.

Preavvisato dal pullman privo finestrini esterni che domenica 10 luglio ha condotto la squadra nel bunker dorato dell’hotel Beverly.

Complicato dalle transenne installate su tutte e tre le vie d’accesso all’albergo e guardate a vista dagli steward 24 ore su 24, con tanto di apposito lasciapassare rilasciato ai residenti per raggiungere casa loro!

E reso definitivamente impossibile da quel manipolo di energumeni vestiti di nero e investiti di un potere ben superiore al loro quoziente intellettivo, che scortavano i giocatori in tutti gli spostamenti al fine di impedire ogni contatto col pubblico.

Anche se si trattava di bambini intervenuti al “saluto della squadra ai piccoli tifosi”, due terzi dei quali, dopo aver aspettato invano il loro turno fuori dal teatro di Spiazzo Rendena, sono stati ripagati della loro attesa con un “elegantissimo” paio di lacci da scarpe rossi ricevuti dalle mani di Thiago Motta e Pandev, poco prima di vederli sparire all’interno dei pullmini, tra i fischi dei genitori delusi.

Anche se si trattava di venti persone di numero a caccia di un autografo e di una foto ricordo, pacificamente radunate all’esterno del PalaDolomiti dove si era appena conclusa la conferenza stampa di Ricardo Alvarez e Luc Castaignos.

Anche se si trattava di una coppia in coda da ore per assistere all’allenamento.

No, signora, mi spiace, Lei è l’ultima”.

Ma lui è mio marito!”.

Allora resta fuori pure Lei”.

Anche io ero in fila, proprio dietro di loro. Dopo aver scandito un paio di “Fateci entrare, bastardi fateci entrare!”, era finalmente il mio turno. Ma di fronte a una simile dimostrazione di arroganza, maleducazione e insensibilità da parte chi ha la fortuna (non meritata) di essere pagato per stare vicino ai calciatori, non ci ho più visto. Sono uscito col sangue agli occhi dalla fila riempiendo di parolacce il sedicente addetto alla sicurezza, il quale sfoggiando le sue braccia tatuate grosse come le mie due gambe messe assieme mi invitava a raggiungerlo in serata nella pineta dov’era situato il centro sportivo. Faccia-a-faccia che ovviamente non c’è mai stato, nonostante un altro incontro ravvicinato poche ore dopo mentre stavo uscendo dal mio albergo per andare a cenare, una delle poche libertà ancora concesse ai tifosi. E grazie tante, col “menù interista” venduto a 23 euro dagli stessi ristoranti che probabilmente un anno fa proponevano analoghi “menù juventini”…

Sono tornato a casa con un’idea fissa: spedire una raccomandata in Corso Vittorio Emanuele II n° 9, alla sede del Football Club Internazionale Milano. All’interno la mia tessera del tifoso, accompagnata da una lettera. Giovedì mattina mi sono recato al più vicino ufficio postale e ho inviato il tutto. I concetti espressi sono gli stessi di questo intervento, e ora non dovrò far altro che leggere la firma sulla ricevuta di ritorno per sapere nelle mani di chi è finita la mia protesta. Di sicuro non ho macinato 600 e passa chilometri e speso più di 500 euro per ottenere foto del genere.

Gli scatti che avevo in mente erano piuttosto di questo tipo, ma per procurarseli non dovrebbe essere necessario un pass per la tribuna stampa.

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LA CAPANNA DEL SUDORE

Un rito pagano in onore degli dei delle Alpi Apuane, consistente nel rinchiudersi in una tenda rivestita con teli di plastica insieme ad altre nove persone tra cui una specie di simpatico “santone” che parla e canta in una lingua strana gettando acqua su un cumulo di pietre incandescenti, allo scopo di innalzare a livelli estremi temperatura e umidità, così da rendere irrespirabile l’aria all’interno?

Era da un po’ che il mio amico Vittorio Landolfi, figlio di Juan, ex difensore dell’Inter nei primi anni Quaranta, non perdeva occasione per propormi questa esperienza, ma io non l’avevo mai presa troppo sul serio. Fino a un mesetto fa circa quando, parlando fino a tarda notte nella hall dell’albergo “Bella Riviera”, con la sua inarrestabile parlantina ha raccontato a me e Francesca come si svolgono, cosa rappresentano e con quale spirito si affrontano queste cerimonie: non come una gara di resistenza contro gli altri partecipanti, bensì come un’occasione per “fare squadra”, raggiungere, e se del caso superare, i propri limiti fisici ma soprattutto mentali.

E così eccomi pronto, col mio bagaglio formato da una tenda rimediata per puro caso cinque giorni prima della partenza e l’immancabile sacca dell’Inter buona per tutte le occasioni, dalla palestra all’albergo al campeggio in mezzo ai boschi, per l’occasione riempita come se anziché un weekend dovessi stare via un mese! Ero ancora alla pasticceria “Da Rossano” di Camaiore  e avevo appena finito di gustare una superba brioche alla crema pasticcera dopo una notte passata al volante, quando ho visto i sorrisetti ironici di Francesca e Vittorio, entrambi equipaggiati con zaini e sacchi a pelo, dalle cui facce traspariva il chiaro messaggio: “Ma tu guarda ‘sto cittadino… dove crede di andare?”. In quel preciso momento ho iniziato a sospettare quello che mi avrebbe aspettato prima, durante e dopo l’arrivo al campo base. Impressione ampiamente confermata appena imboccato il sentierino contrassegnato (teoricamente) da segni rossi gentilmente apposti dal Club Alpino Italiano a beneficio dei viandanti più o meno esperti. Ma ormai sono in ballo, e ballerò fino alla fine! Anche se il cellulare non ha campo. Anche se i servizi igienici sono degli illustri sconosciuti. Anche se l’acqua corrente è un bellissimo quanto lontano ricordo, e quella dei vari ruscelli è sì purissima e dissetante da bere, ma proprio per la sua freschezza è molto poco indicata per lavarsi. Anche se un maledettissimo sasso ha deciso di conficcarsi proprio sotto la tenda, giusto in corrispondenza dell’osso sacro, rendendo alquanto difficoltoso il sonno.

È la prima capanna dell’anno, quindi quando arrivo sul posto c’è appena “lo scheletro”: rami di legno flessibile bloccati tra loro con chiodi e fil di ferro. Piano piano, però, col lavoro di tutte le persone presenti, ben dirette dal “padrone di casa” Marco, il nostro alloggio prende forma. Fino al tocco finale: la porta, anch’essa in legno rivestita di plastica. Ecco, ora l’aria sarà chiusa ermeticamente fuori senza nessuna possibilità di entrare a ristorare i polmoni riarsi dei più o meno occasionali seguaci del dio Taranis, antica divinità del cielo e della tempesta, al quale è dedicata questa prima sessione annuale di purificazione. Nei prossimi mesi ne seguiranno altre, ispirate rispettivamente a Belen (non Rodriguez!) a luglio, Epon ad agosto, e Penninius da settembre a novembre.

Saranno state le tre di sabato pomeriggio quando ho pescato dal mazzo di biglietti da visita adattato a mediatore del destino, il nome dell’animale che col suo simbolismo avrebbe protetto la mia prima avventura: aquila. Vola alta nel cielo fidandosi della sua ottima vista senza temere nessuno almeno finchè non è costretta ad atterrare per riposarsi. Mi abbasso per non picchiare la testa ed entro prendendo posizione sul mio sgabello.

Cazzo, fa già caldo così, figuriamoci quando arriveranno le pietre! Siamo tutti dentro, ognuno al suo posto. Francesca è all’estremità opposta; è il falco. Vittorio è seduto di fianco a me; è lo sparviero. Marco ordina: “Chiudete la porta”. Si comincia.

Ci prendiamo tutti per mano formando una catena, mentre la guida comincia a gettare acqua sulle pietre, che evaporando immediatamente innalza la temperatura e l’umidità a livelli inimmaginabili. Si parla di almeno 130° C, le labbra si seccano e si respira con la bocca a denti stretti per non scottarsi le mucose nasali. Il sudore comincia a scorrere, ma è un sudore “pulito”, non dà cattivo odore (e meno male, visto che di farsi una doccia non se ne parlerà per due giorni!). Il cuore accelera i battiti, le estremità iniziano a formicolare. I minuti passano lentissimi. “Una bottiglia di acqua da bere!” chiede Marco a chi sta fuori. La porta si apre per qualche secondo: troppo pochi per farci respirare, poi si richiude subito. Beviamo, “ma non per rinfrescarci, solo per sudare ancora di più”. Cosa che puntualmente avviene. Lo stomaco si fa sentire, ma è una semplice avvisaglia. Una sensazione sopportabile, niente di grave. Si va avanti: altra acqua gettata sopra le pietre, altro calore, altra umidità. Ok stringere i denti e rasentare il limite, però a ‘sto punto mi piacerebbe almeno sapere quanto tempo resteremo ancora lì dentro.

Lo sciamano domanda: “Comincia a fare caldo, eh? Ma lo sentite che i vostri corpi potrebbero ancora resistere?”.

Qualcuno risponde: “Sì”.

Io lo guardo e rispondo: “Onestamente? No, mi sento come una trota bollita”, e in effetti è già dalle prime “vaporizzazioni” che, non so se per autosuggestione o cosa, ho iniziato a sentire il tipico odore emanato dalla pelle del pesce quando è ben arrostita e pronta per staccarsi senza sforzo.

“E facci uscire, porca puttana, cosa stai aspettando?” – penso tra me e me – maturando l’idea di non rientrare mai più in una simile trappola. Dopo pochi interminabili minuti finalmente la porta si apre e uno per uno ci alziamo in piedi per raggiungere l’uscita. Sento le gambe molli e, come suggerito, mi reggo ai legni portanti, ma, accidenti… scottano pure quelli!

Sono l’ultimo della fila, ogni passo è sempre più pesante, ma la luce e l’aria sono sempre più vicine. Sono fuori!!!  Ci sediamo tutti su alcuni tronchi preparati a mo’ di panchine per commentare la nostra esperienza e farci massaggiare con un’erba tipica del posto imbevuta in acqua. Rigenerante!

A tarda sera, dopo cena, i più esperti si fanno altre due capanne. Io sono già nel mondo dei sogni, dove con alterne fortune resterò fino al mattino.

Una frugale colazione a base di biscotti assortiti, e poi giù nel bosco a raccogliere nuove pietre da scaldare e nuova legna da ardere sulla pira. Le sudate domenicali prendono il via alle undici, minuto più minuto meno. Alla prima assisto da fuori, tra quattro chiacchiere coi compagni di avventura e qualche sguardo alle ragazze che approfittano della bella giornata per prendere il sole in bikini, ma a un certo punto, da dentro cominciano a provenire rumori “sinistri”: pianti, conati di vomito e rantolii, fino a quando la porta si apre e una signora vestita con maglietta e pantaloni appiccicati alla pelle viene trascinata fuori di peso strisciando nel fango, con gli occhi chiusi e il respiro affannoso. Ci hanno spiegato che la capanna, il calore e l’umidità non sono nostri nemici, bensì alleati da cui accogliere tutti i benefici che ci mettono a disposizione, ma di fronte a quella scena che, data la mia nota impressionabilità, mi rifiuto di approfondire nella mia mente c’è spazio solo per tre parole: “Gabbia di matti”. E una domanda, la più sbagliata di tutte, la più contraria allo spirito del rito: “Ma chi me lo ha fatto fare?”.

Un altro gruppo, poi un altro ancora, altra gente entrata sulle proprie gambe che esce in condizioni più o meno sofferenti, ma nessuno rifiuta la chiamata. Quando a non aver fatto il “secondo giro” siamo rimasti in pochi, i miei occhi incontrano quelli di Marco. Gli faccio una battuta sul dio Taranis, a mio avviso l’unico a sapere quando toccherà a me, e la sua risposta è: “Con questa frase ti sei guadagnato l’entrata. Preparati!”.

Via la T-Shirt dell’Inter, via i pantaloncini. Si va!

Stavolta, al contrario della precedente, i ruoli non vengono sorteggiati ma scelti direttamente dallo sciamano. Io sono il tasso, a un solo sedile di distanza da quello dove mi trovavo il giorno prima. Entro con un obiettivo: resistere senza sentirmi male. La procedura è sempre la stessa, ma stavolta davvero, anche quando il caldo si fa sentire, ho la sensazione di poterlo sopportare. Beviamo due volte e nell’illusione di procurarmi un po’ di sollievo mi bagno prima la testa e poi i polsi. Tutto (quasi) inutile, visto che l’acqua evapora praticamente subito. Non so di preciso quanto sia durata; così a occhio e croce direi una mezz’oretta, senza nessun segno di cedimento da parte di nessuno. “Il lupo”, ossia la nostra guida, ci dirà di averci volutamente messi a nostro agio per non indurci al panico e permettere così alla nostra mente di concentrarsi sugli aspetti più spirituali anziché sui disagi fisici, fatto sta che quando si spalanca la porta non c’è nessun fuggi-fuggi, ma anzi si apre una sorta di dibattito nel quale i partecipanti pongono domande sul simbolismo dei rispettivi animali in relazione alla loro vita personale. Anch’io chiedo una spiegazione, e al di là di alcune informazioni generiche che alimentano il mio scetticismo, la risposta tocca aspetti per certi versi sorprendenti: il tasso va in letargo. Dorme. Quindi sogna, e chi ne è rappresentato è pertanto un sognatore, al punto da confondere a volte i sogni con la realtà. Non solo: da un rapido ritratto della mia personalità, elaborato non so come in poco più di ventiquattr’ore di convivenza in un contesto assolutamente anomalo, emerge che vivrei spesso “con il freno a mano tirato”, rendendo difficile al prossimo “leggere nella mia anima” anche se questo significa complicare il raggiungimento dei miei “obiettivi di essere conosciuto”. Quest’ultima è veramente una delle mie aspirazioni, forse in questo momento la più grande in assoluto. Nel resto della descrizione mi riconosco molto meno, ma più di una persona a me vicina, a vario titolo, ha espresso con parole nemmeno troppo diverse la stessa impressione. Saranno tutti stupidi, o paranoici come li definisco io?

Secondo me sì, però…

Eh, sì, alla fine sono proprio capitato in una gabbia di matti, perché solo così si spiega passare i propri fine settimana lavorando come boscaioli e sottoponendosi a simili “torture”, però è un’esperienza che almeno una volta nella vita va fatta, anche solo per poterla raccontare. E poi perché ti lascia dentro qualcosa.

Insomma, non saranno state le classiche “sette camicie”, però tre magliette e due costumi da bagno posso ben dire di averli sudati. E se per caso Marco e i suoi fedelissimi dovessero modificare la location attrezzandola con qualche comodità degna del XXI secolo, chissà che non si possa addirittura ripetere.

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E’ RI-SUCCESSO

Nel 2007 era Siena.

Nel 2011 è stata Roma.

Nel 2007 era una Toyota Yaris blu scura con inserti neri: la “InterMobile II”.

Nel 2011 è stata una Fiat Panda azzurra con inserti neri: la “InterMobile III”.

Nel 2007 erano i parenti e gli amici di Anna e Raffaele.

Nel 2011 sono stati gli allievi e gli amici di Pigi e degli sconosciuti romani incontrati per strada coi quali ho scambiato due chiacchiere e il contatto Facebook.

Nel 2007 erano due tiri in un campetto appena fuori città.

Nel 2011 è stato un pomeriggio in spiaggia.

Nel 2007 era una casa all’interno delle mura cittadine.

Nel 2011 è stato l’albergo “Bella Riviera” di Viareggio.

Nel 2007 era una cena preparata tutti insieme offrendo ciascuno il proprio piccolo o grande contributo.

Nel 2011 è stato un memorabile fritto misto consumato in un ristorante sul lungomare.

Nel 2007 ho atteso l’apertura dei cancelli bivaccando in Piazza del Campo.

Nel 2011 sono arrivato allo stadio su un tram strapieno di palermitani che marciava a passo d’uomo mentre i suoi occupanti cercavano di convincermi a cantare i loro cori.

Nel 2007 era Materazzi.

Nel 2011 sono stati Eto’o e Milito.

Nel 2007 era uno scudetto atteso da diciotto anni.

Nel 2011 è stata una Coppa Italia della quale eravamo detentori.

Nel 2007 era una sconosciuta ragazza incrociata per strada durante i festeggiamenti. Indossava una maglia azzurra con scritto sulla schiena: “23 Materazzi”.

Nel 2011 è stata Francesca, per me “Giolly”, che ha visto tutta la partita in piedi di fianco a me. Indossava una maglia bianca numero 17 con scritto sulla schiena: “17 Crimar”.

Nel 2007 era Anna23 con la maglietta di Crespo che le avevo prestato.

Nel 2011 è stata Francesca, con la maglietta da trasferta che mi ha regalato (in ritardo) per il compleanno.

Tutto il resto è stato uguale: l’attesa, la sofferenza, la paura che qualcosa potesse andare storto e che il sogno potesse svanire proprio in vista del traguardo, le emozioni forti, gli sms degli amici, le lacrime di gioia, la tensione che si scioglie quando capisci che è fatta, il viaggio di ritorno con i chilometri che scorrono veloci sotto le ruote mentre la testa è ancora allo stadio. E la foto ricordo, con il tabellone alle spalle a ricordare il risultato finale, e le facce sorridenti e stravolte contemporaneamente.

Non rinnego niente di quell’aprile 2007, che per quattro anni, un mese e sette giorni è rimasto il più bel fine settimana della mia vita. Forse lo è ancora, o forse no. Non lo so, questo non è un confronto. Al massimo un parallelismo, una sorta di dejavù (odio usare termini francesi, ma stavolta non ne ho trovato proprio nessun altro). Ma soprattutto quello è il passato, questo è il presente.


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PROVA TECNICA

Vediamo un po’ se i suggerimenti della mia “collega” blogger Irene sulla presentazione delle immagini sono attendibili… Vai con la galleria fotografica, rigorosamente random.

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Che figata, funziona! Grazie Iissima, allora è proprio vero che le bionde non sono stupide (ancorchè juventine)!

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INCUBO (PREMONITORE?)

Di solito, quando qualcuno mi augura “Buonanotte e sogni d’oro“, declino gentilmente l’auspicio ribattendo: “Grazie, ma preferirei un bell’incubo“.

Perchè? Semplice, volete mettere la delusione nello svegliarsi felici con le immagini splendide che poco a poco svaniscono dalla memoria, richiamata rapidamente alla realtà? E, al contrario, il senso di autentica liberazione provato quando ci si rende conto che le disavventure vissute nel sonno esistevano solamente nel nostro inconscio?

Saranno state la pizza con la ‘nduja (ooops… forse prima di ordinare avrei dovuto leggere cos’era) e la torta al cioccolato e panna che ho mangiato ieri sera alla festa di compleanno della mia amica Paola, o forse la consapevolezza che tra poche ore il Milan ci scucirà lo scudetto dopo 5 stagioni in cui, pur con qualche vicissitudine, quel simpatico triangolino tricolore simbolo del potere ha campeggiato sulle maglie nerazzurre, illuminando anche quella, bellissima, sfoggiata nell’anno del Centenario, fatto sta che stanotte ho avuto la conferma della mia, per alcuni stravagante, teoria.

Sono le 3 passate quando mi addormento nel mio letto, e poco (o tanto, non saprei) dopo mi ritrovo allo stadio “Meazza”: un’anonima partita di Coppa Italia (forse contro il Lecce, non ricordo), poca tensione e spalti semideserti. Il primo tempo si conclude 1-0, rete di uno Stankovic irriconoscibile, coi capelli lunghissimi e un inedito numero 4 sulla schiena. I miei amici vanno al bar e io li seguo su una rampa esterna, fermandomi a parlare con loro per tutta la durata dell’intervallo. Quando le squadre stanno rientrando in campo faccio per tornare al mio posto, ma uno steward mi ferma: senza accorgermi ho oltrepassato il settore indicato sul biglietto e nel frattempo le inferriate di separazione sono state chiuse.

Neanche a farlo apposta le mie rimostranze si rivelano perfettamente inutili. Non mi resta che scendere e rientrare da uno degli ingressi riservati al mio settore, e così faccio.

Ma l’amara sorpresa è dietro l’angolo, con tanto di beffa: avvicinandomi vedo molti ragazzi che scavalcano il cancello sotto gli occhi degli impassibili addetti alla sicurezza e poliziotti, ma quando mi presento con la tessera in mano spiegando la mia situazione vengo immediatamente respinto perchè lo stesso titolo di accesso non può essere usato più di una volta per la stessa partita. E’ giusto, altrimenti con un solo biglietto o tessera potrebbero entrare dieci persone diverse, ma in questo caso la persona che chiede di entrare è la stessa uscita poco prima. Già, facile a dirsi, ma vaglielo a spiegare a quegli energumeni tipici rappresentanti dell’ “Esegui solo gli ordini, non usi mai il cervello“. A nulla serve esibire la mia tessera nominativa e far notare che foto e nome corrispondono a quelli riportati sulla carta d’identità; le disposizioni sono quelle e non possono certo essere messe in discussione dall’evidenza…

Mentre discuto e mi dispero, cercando in tutti i modi di far valere i miei diritti, la partita va avanti (non so come), finisce. E io sono ancora fuori. Stavo pensando a quanto mi avrebbero dato dello sfigato i miei amici a cui avessi raccontato la vicenda, quando fortunatamente mi sono svegliato e dopo qualche minuto ho realizzato che non era vero niente. E’ stato un autentico sollievo, ma pensandoci meglio si tratta di una situazione talmente assurda che… potrebbe accadere davvero! Soprattutto considerando la mentalità di chi stabilisce le regole. Questo sogno mi ha voluto dare un segnale di stare in guardia; devo pensare in fretta alle contromosse perchè non voglio farmi cogliere impreparato.

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