CUORE AZZURRO DELUSO

Forse cinque giorni sono ancora troppo pochi, forse la ferita di  un’eliminazione così beffarda non si rimarginerà mai. Fatto sta che non sono sereno.

Cristiano (Italia-Nuova Zelanda) 1

Non posso esserlo, men che meno stasera in cui, anzichè al Velodrome di Marsiglia aspettando il fischio d’inizio della semifinale, mi trovo seduto al tavolo a battere su una tastiera nell’ambizioso tentativo di fermare sullo schermo situazioni nate non dalla razionalità bensì da improvvise e violente scariche di adrenalina.

Fatta eccezione per il primo tempo di Italia-Spagna non abbiamo mai giocato bene. Il nostro Europeo è stato sofferenza, denti stretti, difesa a oltranza nella nostra tre quarti campo e uscite palla al piede che attentavano sistematicamente alle coronarie di noi tifosi, in attesa che si aprisse un varco per lanciarsi in contropiede. Lo scorso autunno Trapattoni, durante una delle sue pittoresche telecronache, aveva sancito che “a furia di prendere acqua, acqua, acqua, alla fine la spugna gocciola“. Quella spugna formata da Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini, invece, sembrava in grado di assorbire l’intero Mare Mediterraneo senza perdere una sola goccia. Impermeabile a tutto tranne al doloroso quanto inutile gol di Robbie Brady nell’ultima gara di un girone che già ci vedeva qualificati al primo posto.

L’ottavo di finale contro le Furie Rosse non è stato solo la rivincita del 2008 e 2012, bensì la prova di forza che ci serviva per affrontare a viso aperto le superpotenze che il calendario aveva messo sulla nostra strada. La prima di queste i Campioni del Mondo tedeschi. Per la prima volta da quarantasei anni a questa parte la loro obiettiva superiorità ha avuto la meglio sulla tradizione che raccontava di quattro qualificazioni azzurre su altrettanti scontri diretti. I teutonici ci hanno messi lì e a 12 minuti dalla fine conducevano meritatamente, quando un rigore fischiato a nostro favore ha consentito al coraggioso Bonucci di presentarsi sul dischetto e perforare il portiere Neuer per la prima volta in cinque partite.

Dopo due ore più recuperi di battaglia ci sono voluti altri 18 tiri dagli undici metri per decretare la semifinalista. Ci ho sperato. Nonostante la partita avesse già mostrato chiaramente qual era la squadra migliore, quando riesci a limitare i danni, pareggiare con l’unico tiro in porta e ti trovi addirittura inaspettatamente in vantaggio di un penalty, è inevitabile pensare allo scampato pericolo, percepire al tuo fianco la presenza della Dea Bendata e il gusto dolce del trionfo solleticare le tue papille gustative. Niente da fare, sogno svanito proprio in vista del traguardo.

Benchè il supremo e unico fine del calcio sia la vittoria, chiudere qui questo articolo sarebbe riduttivo. Oltre ai chilometri percorsi, al turismo con gli amici, ai soldi spesi, alle chiacchierate a gesti o mescolando idiomi diversi, nella memoria restano soprattutto le emozioni. Quella gioia di un gol che ti porta ad abbracciare uno sconosciuto vicino di posto come se fosse il tuo migliore amico.

Cristiano con spettatore sconosciuto

Peccato che ancora una volta sia finito tutto così presto…

 

 

 

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