DIMENTICARE

Dimenticare i venerdì pomeriggio sulla A1, con i chilometri che scorrevano veloci sotto le ruote e l’impazienza di trovare ad attendermi, una volta spento il motore, una panzanella cucinata apposta per me, un bagno caldo con tanta schiuma per ritemprarmi dalle fatiche del viaggio, o una stanza da letto illuminata da luci soffuse per creare la giusta atmosfera.

Dimenticare tutte le volte che ho sbagliato strada alla rotonda all’ingresso del paese, puntualmente ripreso dal solito “Oh, ma te tu sei proprio grullo” in un tono a metà tra il rassegnato e la presa in giro.

Dimenticare Bianco, Mimma e Matilde che al mattino salivano sul letto matrimoniale reclamando la colazione facendo le fusa, incuranti magari di interrompere qualcosa… E Tarzi che arrivava a dare loro manforte, prendendoci letteralmente a testate sul mento.

Dimenticare la “stanza inguardabile”, nella quale per un intero weekend mi ha impedito di entrare per paura che restassi impressionato dal disordine dei vestiti sparsi ovunque. E io pensavo che ci nascondesse i cadaveri dei suoi ex o chissà quale altro segreto inconfessabile.

Dimenticare le notti al volante per arrivare puntuale in ufficio al lunedì mattina, dopo essermi goduto fino all’ultimo secondo del fine settimana insieme.

Dimenticare i buchi nel muro fatti, nel goffo (e inutile) tentativo di appendere lo specchio dell’Ikea sul muro della stanza da letto.

Dimenticare Ciambellina e Mapabù, i nomignoli che ci eravamo dati.

Dimenticare Pingusto e il ristorante cinese di Poggibonsi.

Dimenticare l’abbraccio stretto al limite del soffocamento e l’interminabile bacio, che mi ha riservato quando le ho regalato il biglietto per il concerto dei Negramaro al Mandela Forum.

Dimenticare i panini con la porchetta gustati al mercato di Greve in Chianti.

Dimenticare le gite a Cecina e al parco di Cavriglia.

Dimenticare le maledizioni lanciate agli stilisti, colpevoli di non considerare come potenziali clienti le donne alte 1,90 m.

Dimenticare i complimenti ricevuti con quella vocina tenera da bimba e gli sms dolci / hot / provocatòri che mi facevano vibrare il telefonino (e non solo quello…) nei momenti più inaspettati. Chissà se erano parole davvero sentite o solo un copione abilmente recitato?

Dimenticare le mattine in cui mi chiedeva la sveglia telefonica, perché la sua suoneria con lo snooze non bastava a tirarla giù dal letto. Quanti squilli a vuoto, prima che aprisse gli occhi e si decidesse a rispondere! Anche adesso la devo chiamare 25 volte, sempre con la segreteria che si inserisce… ma perché non mi vuole più parlare 😦

Dimenticare le sere trascorse sul divano guardando sul computer film scaricati abusivamente, e “litigando” per chi dovesse occupare il posto più comodo.

Dimenticare i discorsi fatti e quelli che non abbiamo avuto tempo di fare.

Dimenticare il pianto a dirotto in cui è scoppiata quando le ho confessato di non amarla. Le ho asciugato le lacrime e a quel punto sembrava tutto a posto. Mi ero illuso che lo fosse, invece era solo l’inizio della fine. Che sia stramaledetta la mia sincerità!!!

Dimenticare la promessa, questa sì sicuramente falsa quanto illusoria, di esserci sempre comunque fosse andata a finire.

Non sarà semplice dimenticare tutto questo; ci vorrà del tempo e naturalmente non ho idea di quanto. Ma la cosa più difficile da dimenticare sarà certamente quell’ “AM-MÁZ-ZA-TI!” pronunciato così, scandendo bene le sillabe una dopo l’altra, con cui si è aperta e chiusa la nostra penultima chiamata.

Come abbiamo fatto a ridurci così? Eppure eravamo così belli…

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