SENZA TE O CON TE – Storie di “notti bianche”

Ieri mattina, dopo la solita notte contrassegnata dal poco sonno e dai tanti pensieri, ho iniziato e finito un avvincente libro regalatomi da un amico la sera precedente: “Tre atti e due tempi“, di Giorgio Faletti.

A pagina 113 è scritto:

La certezza può essere dolore. L’incertezza è pura agonia“.

E’ vero, e la mia agonia durerà ancora un mese e mezzo circa. Ho un paio di lavori importanti da portare a termine, dopo di che Francesca e io decideremo se sia il caso che torni a trovarla in prospettiva di eventuali sviluppi che possano riportarci a vivere come una coppia.

Nel frattempo, tra una riflessione e l’altra, entrambi continuiamo le nostre rispettive vite in due realtà che più diverse non si potrebbe. La mia è spesso caratterizzata da ricordi e associzioni di idee tra le più disparate: una serie di episodi e situazioni che immancabilmente mi riconducono a lei. Un velo di malinconia perennemente presente, che mi impedisce di godermi appieno anche le situazioni più piacevoli. Ieri sera, però, allo stadio “Meazza” di Milano andava in scena la 3ª edizione della Notte Bianca. Per nove ore la Scala del Calcio ha aperto i suoi battenti a tutti gli appassionati, dando loro la possibilità di assistere da una nuova prospettiva a tutti quei rituali normalmente riservati solo ai pochi eletti che hanno la fortuna di entrarvi come atleti. Compresa quella, per la prima volta negli 85 anni di storia del glorioso impianto milanese, di scendere in campo e provare l’ebbrezza di battere un rigore in una porta regolamentare da 2,14 x 7,32 metri.

E allora eccomi, io, proprio io, Cristiano Marzorati, dopo tante domeniche, sabati e mercoledì, passati in Curva, uscire dal tunnel degli spogliatoi, rilassarmi brevemente in panchina, e attendere col cuore in gola il mio turno, pensando e ripensando a dove e come tirare per non perdere l’occasione unica e irripetibile di segnare un gol laddove mi avevano preceduto Mazzola, Altobelli, Matthaeus, Ibrahimovic, Eto’o, solo per fare qualche nome a caso.

 

 

 

 

 

Undici metri sembrano pochi visti da lassù. Quando l’arbitro indica il dischetto e l’attaccante della tua squadra si avvicina al pallone, sai che stai per esultare; e di contro, quando invece è un avversario che si appresta a battere, cominci già a pensare a come smaltire la delusione della quasi certa rete subìta.

Da qui le sensazioni sono molto diverse: la luce della porta non è più 14 metri quadri abbondanti, guardando il portiere ti senti come Pollicino al cospetto dell’orco, e la distanza dalla linea di porta potresti misurarla in anni luce. Ma quante altre volte nella vita mi troverò dove sono ora con un pallone tra i piedi?

Questo, immortalato dal mio amico Pigi con eccezionale tempismo, è il momento esatto in cui la sfera di cuoio si stacca dal mio piatto destro. Poche frazioni di secondo dopo andrà a gonfiare la rete nell’angolino basso alla sinistra del portiere che non tenterà nemmeno la parata: proprio là, dove, al termine di mille cambi di idea, avevo deciso di indirizzarla.

Il sèguito è tensione che si scioglie, estraniamento totale, come se in quel rettangolo verde non ci fossero altre centinaia di persone ma solo il sottoscritto. Torno a recuperare i vestiti e gli altri oggetti che avevo appoggiato a terra, senza degnare neanche di uno sguardo il portiere appena battuto. In quel momento, per me, non esisteva nemmeno lui. E mentre i miei amici tiravano a loro volta in porta, io mi sono sdraiato faccia a terra quasi a voler diventare un tutt’uno con l’erba profumata e perfettamente rasata.

Trenta secondi, quaranta… forse un minuto. Di pura felicità. Per un breve, brevissimo periodo, Francesca è uscita dalla mia mente. Poi, quando gli addetti dello staff mi hanno invitato a rialzarmi per uscire dal campo, ci è rientrata prepotentemente. Avrei voluto comunicarle in anteprima la mia impresa. “Giolly, ho segnato a San Siro!“: solo questo, del resto avremmo avuto tanto tempo per parlare. Non l’ho fatto, perchè se non mi avesse risposto, se fosse caduta la linea, o se non avessi sentito nella sua voce il tono che mi aspettavo, rischiavo seriamente di rovinarmi l’intera serata, e questo non doveva accadere per nessun motivo al mondo.

Appena tornato a casa le ho scritto un sms. Da lei in Tanzania era ormai mezzanotte passata e non mi aspettavo che rispondesse. Poco dopo, invece, mentre stavo pubblicando le foto su Facebook, odo il ronzio del cellulare e vedo illuminarsi il display. Le prime parole che leggo sono: “Wow, che bravo!“. Tesoro mio, mi perdoni, vero, se per qualche istante sono stato felice anche senza di te?

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Intrattenimento, La mia vita, Sport, Storie d'amore e relazioni e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...