12 GIORNI IN UN’ALTRA DIMENSIONE


Il volante a destra e il mezzo che occupava la carreggiata di sinistra; le donne che camminavano per chilometri con i figli piccoli sulla schiena a mo’ di zaino e la spesa in equilibrio sulla testa; gli asini ai bordi della strada, che ogni tanto la attraversavano costringendo il traffico a bloccarsi per lasciarli passare… E’ questo lo scenario in cui mi sono trovato catapultato appena uscito dall’aereoporto di Arusha Kilimangiaro e montato sull’improvvisato taxi che era venuto a prendermi. Piccole cose che, però, mi hanno dato una prima idea di quanto mi aspettava durante la mia vacanza africana. Ma era solo l’inizio.

Nei giorni seguenti il pensiero dominante è che la Tanzania fosse quella che si chiama, con espressione forse un po’ abusata, “terra di contraddizioni”. Non mi viene in mente altro termine per definire una nazione di 945.000 chilometri quadrati con una popolazione pari a ¾ di quella italiana, caratterizzata da immense distese di verde incontaminato dove la maggior parte delle automobili viaggiano a kerosene impestando l’aria di fumo nero e puzzolente; case costruite con fango impastato a polvere di roccia i cui abitanti parlano con disinvoltura al telefonino; scuole isolatissime in mezzo al nulla più totale, frequentate da bambini e ragazzi in uniformi elegantissime neanche fossero cadetti di Oxford o impiegati di banca; prodotti della terra coltivati nell’orto dietro casa, “gonfiati” con chissà quali concimi chimici, e poi venduti in improbabili mercati all’aperto, stesi in mezzo alla strada polverosa, spesso percorsa dai pullmini “dala-dala” stipati all’inverosimile e il cui percorso si dovrebbe riconoscere dal colore della carrozzeria.

Superato lo shock iniziale, ti viene voglia di entrare in questa realtà, per conoscerla meglio e capire se vale la pena viverla appieno almeno per qualche giorno oppure rimanere nella comodità della tua zona residenziale, con le case costantemente sorvegliate da un guardiano e protette da sistemi d’allarme collegati con agenzie private in grado di intervenire praticamente in tempo reale. Ho scelto la prima ipotesi, anche se non è affatto facile per un “mzungu” (uomo bianco) mimetizzarsi tra la folla come un normale turista.

Francesca mi aveva raccontato che più volte alcuni abitanti del posto, assolutamente sconosciuti, le avevano attaccato bottone in mezzo alla strada, rivolgendole galanterie e apprezzamenti vari. “D’accordo, è una bella ragazza e magari gli africani saranno un tantino ‘espansivi’ – pensavo – ma starà sicuramente esagerando. Non è possibile che sia davvero così”. Invece aveva ragione lei, e l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ma non perchè qualche negretta carina ci abbia provato con me (magari!), bensì perchè fin dalla prima mezza giornata che sono uscito, peraltro diretto in mezzo alla foresta accompagnato da una guida locale, sono stato letteralmente circondato da venditori di qualsiasi cosa (prevalentemente stoffe dipinte in stile batik) che mi proponevano la loro merce o addirittura mi accompagnavano a visitare i loro negozi. Non solo: tre di essi (tra cui un sedicente istruttore di golf che mi ha visto uscire da un centro sportivo in cui ero andato a curiosare) mi hanno perfino lasciato il loro numero di cellulare nella speranza di avermi come cliente prima del mio rientro in Italia!

Inizialmente mi sono prestato volentieri. É bello, trovandoti all’estero in un Paese tanto lontano, incontrare gente cordiale che ti parla (in un inglese maccheronico almeno quanto il mio), mostrando il desiderio di aiutarti, poi però ci ho messo poco a capire che dietro c’era un secondo fine, sempre lo stesso: la richiesta, spudorata di “mance”. A vario titolo, anche semplicemente per averti accompagnato nel luogo che desideravi visitare evitandoti fastidiose consultazioni della cartina (strumento da nascondere, ove possibile, per non dare mai l’impressione di essere in difficoltà), e pazienza se, tra una deviazione al negozio dell’amico e una “scorciatoia” in mezzo al bosco, un tragitto da mezz’ora si compie nel doppio del tempo. Oltretutto alcune zone e alcuni orari sono altamente sconsigliati a causa della microcriminalità dilagante. Sinceramente la mia impressione è che gli abitanti di Arusha siano dei tritapalle professionisti, ma non dei delinquenti, però a furia di sentirmelo ripetere da chi in questa città ci vive e ci lavora ho finito per crederci e prendere le dovute contromisure. Tra cui servirmi di un taxi, ovviamente abusivo senza tassametro, per percorrere quei 5 km scarsi che mi separavano dall’ “Heritage Cultural Centre”.

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Stante la situazione, per così dire, “ambientale”, l’alternativa, nonché l’indiscusso punto di forza del turismo tanzaniano che richiama persone da tutto il mondo, sono i safari fotografici nei numerosi e vastissimi parchi nazionali sparsi su tutto il territorio. Ovviamente, considerata l’estensione delle aree da esplorare, questa attività richiede tempo e soldi: due cose di cui la mia disponibilità è tutt’altro che ampia.

Resta il fatto che andare in Africa a trovare una ex fidanzata impiegata nel ramo senza provarne neanche uno sarebbe come farsi accompagnare a Roma da un amico arcivescovo e non vedere il Papa. Ragion per cui, sfruttando le conoscenze e gli agganci accumulati nei suoi primi quattro mesi di lavoro nel Continente Nero (e per giunta proprio alle falde del Kilimangiaro!), la ragazza ha organizzato un weekend lungo comprendente i parchi nazionali di Arusha, lago Manyara e cratere di Ngorongoro dal venerdì alla domenica.

Impressionante. Una jeep e poche ore di strada: è bastato questo per catapultarmi in una sorta di zoo a cielo aperto, dove gli animali selvatici nel loro habitat naturale si materializzavano l’uno dopo l’altro sotto i miei occhi, e quando per caso qualcuno tendeva a nascondersi ci pensava la guida ad andarlo a raggiungere trasformando il fuoristrada in un’auto da rally per “catturare” una leonessa addormentata in cima a un albero.


Fauna selvaggia abbiamo detto, ma c’è una caratteristica di questa misteriosa nazione ancora più affascinante: panorami suggestivi, imponenti quanto incontaminati e mantenuti in uno stato primordiale, senza mai cedere (forse anche a causa delle innegabili difficoltà logistiche) alle tentazioni del turismo di massa. Sì, certo, nei documentari e nelle fotografie mi era capitato qualche volta di vederli, ma trovarmici nel mezzo mi ha lasciato del tutto senza fiato, facendomi dimenticare (o quantomeno mettere in secondo piano) per alcuni giorni la crisi nerazzurra lenita dal “brodino” rappresentato dalla recente vittoria in casa del Chievo, il libro sull’Inter di Bersellini a cui sto lavorando e che dovrebbe uscire tra poco meno di due mesi, la burocrazia che governa la gestione delle pratiche antincendio, il campionato di fantacalcio diventato improvvisamente incerto, e tutti gli altri aspetti della quotidianità metropolitana.

Sono tornato a Milano da poche ore, stravolto dal viaggio e con tanti ricordi ancora freschi, e anche se questa è la mia città, dove ho vissuto e voglio vivere la mia vita, la sensazione di malinconia è quella che mi attanaglia tutte le volte che una splendida avventura volge al termine. La conosco bene, e so che passerà presto.

Ecco, semmai il rimpianto è che un’esperienza del genere sarebbe stata da godere con la mente completamente sgombra, senza la preoccupazione di trovarsi dall’altra parte del mondo, e con più tempo davanti, senza doverla incastrare tra due giornate di campionato. In estate, dite? Sì, certo, troppo facile… peccato che la Tanzania sia appena sotto l’equatore. Ciò significa che in agosto sono nel pieno della stagione secca, la quale sarà pure la migliore per osservare da vicino la migrazione contemporanea di milioni di animali alla ricerca di cibo e acqua, ma a dispetto del nome è anche la più fredda, e sinceramente abbandonare il sole e le spiagge italiane per indossare sciarpa e cappotto nell’emisfero australe non mi attira affatto. Visto che Francesca è una giramondo nata, spero che il suo prossimo lavoro sarà nell’isola di Ibiza.

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