LA CAPANNA DEL SUDORE

Un rito pagano in onore degli dei delle Alpi Apuane, consistente nel rinchiudersi in una tenda rivestita con teli di plastica insieme ad altre nove persone tra cui una specie di simpatico “santone” che parla e canta in una lingua strana gettando acqua su un cumulo di pietre incandescenti, allo scopo di innalzare a livelli estremi temperatura e umidità, così da rendere irrespirabile l’aria all’interno?

Era da un po’ che il mio amico Vittorio Landolfi, figlio di Juan, ex difensore dell’Inter nei primi anni Quaranta, non perdeva occasione per propormi questa esperienza, ma io non l’avevo mai presa troppo sul serio. Fino a un mesetto fa circa quando, parlando fino a tarda notte nella hall dell’albergo “Bella Riviera”, con la sua inarrestabile parlantina ha raccontato a me e Francesca come si svolgono, cosa rappresentano e con quale spirito si affrontano queste cerimonie: non come una gara di resistenza contro gli altri partecipanti, bensì come un’occasione per “fare squadra”, raggiungere, e se del caso superare, i propri limiti fisici ma soprattutto mentali.

E così eccomi pronto, col mio bagaglio formato da una tenda rimediata per puro caso cinque giorni prima della partenza e l’immancabile sacca dell’Inter buona per tutte le occasioni, dalla palestra all’albergo al campeggio in mezzo ai boschi, per l’occasione riempita come se anziché un weekend dovessi stare via un mese! Ero ancora alla pasticceria “Da Rossano” di Camaiore  e avevo appena finito di gustare una superba brioche alla crema pasticcera dopo una notte passata al volante, quando ho visto i sorrisetti ironici di Francesca e Vittorio, entrambi equipaggiati con zaini e sacchi a pelo, dalle cui facce traspariva il chiaro messaggio: “Ma tu guarda ‘sto cittadino… dove crede di andare?”. In quel preciso momento ho iniziato a sospettare quello che mi avrebbe aspettato prima, durante e dopo l’arrivo al campo base. Impressione ampiamente confermata appena imboccato il sentierino contrassegnato (teoricamente) da segni rossi gentilmente apposti dal Club Alpino Italiano a beneficio dei viandanti più o meno esperti. Ma ormai sono in ballo, e ballerò fino alla fine! Anche se il cellulare non ha campo. Anche se i servizi igienici sono degli illustri sconosciuti. Anche se l’acqua corrente è un bellissimo quanto lontano ricordo, e quella dei vari ruscelli è sì purissima e dissetante da bere, ma proprio per la sua freschezza è molto poco indicata per lavarsi. Anche se un maledettissimo sasso ha deciso di conficcarsi proprio sotto la tenda, giusto in corrispondenza dell’osso sacro, rendendo alquanto difficoltoso il sonno.

È la prima capanna dell’anno, quindi quando arrivo sul posto c’è appena “lo scheletro”: rami di legno flessibile bloccati tra loro con chiodi e fil di ferro. Piano piano, però, col lavoro di tutte le persone presenti, ben dirette dal “padrone di casa” Marco, il nostro alloggio prende forma. Fino al tocco finale: la porta, anch’essa in legno rivestita di plastica. Ecco, ora l’aria sarà chiusa ermeticamente fuori senza nessuna possibilità di entrare a ristorare i polmoni riarsi dei più o meno occasionali seguaci del dio Taranis, antica divinità del cielo e della tempesta, al quale è dedicata questa prima sessione annuale di purificazione. Nei prossimi mesi ne seguiranno altre, ispirate rispettivamente a Belen (non Rodriguez!) a luglio, Epon ad agosto, e Penninius da settembre a novembre.

Saranno state le tre di sabato pomeriggio quando ho pescato dal mazzo di biglietti da visita adattato a mediatore del destino, il nome dell’animale che col suo simbolismo avrebbe protetto la mia prima avventura: aquila. Vola alta nel cielo fidandosi della sua ottima vista senza temere nessuno almeno finchè non è costretta ad atterrare per riposarsi. Mi abbasso per non picchiare la testa ed entro prendendo posizione sul mio sgabello.

Cazzo, fa già caldo così, figuriamoci quando arriveranno le pietre! Siamo tutti dentro, ognuno al suo posto. Francesca è all’estremità opposta; è il falco. Vittorio è seduto di fianco a me; è lo sparviero. Marco ordina: “Chiudete la porta”. Si comincia.

Ci prendiamo tutti per mano formando una catena, mentre la guida comincia a gettare acqua sulle pietre, che evaporando immediatamente innalza la temperatura e l’umidità a livelli inimmaginabili. Si parla di almeno 130° C, le labbra si seccano e si respira con la bocca a denti stretti per non scottarsi le mucose nasali. Il sudore comincia a scorrere, ma è un sudore “pulito”, non dà cattivo odore (e meno male, visto che di farsi una doccia non se ne parlerà per due giorni!). Il cuore accelera i battiti, le estremità iniziano a formicolare. I minuti passano lentissimi. “Una bottiglia di acqua da bere!” chiede Marco a chi sta fuori. La porta si apre per qualche secondo: troppo pochi per farci respirare, poi si richiude subito. Beviamo, “ma non per rinfrescarci, solo per sudare ancora di più”. Cosa che puntualmente avviene. Lo stomaco si fa sentire, ma è una semplice avvisaglia. Una sensazione sopportabile, niente di grave. Si va avanti: altra acqua gettata sopra le pietre, altro calore, altra umidità. Ok stringere i denti e rasentare il limite, però a ‘sto punto mi piacerebbe almeno sapere quanto tempo resteremo ancora lì dentro.

Lo sciamano domanda: “Comincia a fare caldo, eh? Ma lo sentite che i vostri corpi potrebbero ancora resistere?”.

Qualcuno risponde: “Sì”.

Io lo guardo e rispondo: “Onestamente? No, mi sento come una trota bollita”, e in effetti è già dalle prime “vaporizzazioni” che, non so se per autosuggestione o cosa, ho iniziato a sentire il tipico odore emanato dalla pelle del pesce quando è ben arrostita e pronta per staccarsi senza sforzo.

“E facci uscire, porca puttana, cosa stai aspettando?” – penso tra me e me – maturando l’idea di non rientrare mai più in una simile trappola. Dopo pochi interminabili minuti finalmente la porta si apre e uno per uno ci alziamo in piedi per raggiungere l’uscita. Sento le gambe molli e, come suggerito, mi reggo ai legni portanti, ma, accidenti… scottano pure quelli!

Sono l’ultimo della fila, ogni passo è sempre più pesante, ma la luce e l’aria sono sempre più vicine. Sono fuori!!!  Ci sediamo tutti su alcuni tronchi preparati a mo’ di panchine per commentare la nostra esperienza e farci massaggiare con un’erba tipica del posto imbevuta in acqua. Rigenerante!

A tarda sera, dopo cena, i più esperti si fanno altre due capanne. Io sono già nel mondo dei sogni, dove con alterne fortune resterò fino al mattino.

Una frugale colazione a base di biscotti assortiti, e poi giù nel bosco a raccogliere nuove pietre da scaldare e nuova legna da ardere sulla pira. Le sudate domenicali prendono il via alle undici, minuto più minuto meno. Alla prima assisto da fuori, tra quattro chiacchiere coi compagni di avventura e qualche sguardo alle ragazze che approfittano della bella giornata per prendere il sole in bikini, ma a un certo punto, da dentro cominciano a provenire rumori “sinistri”: pianti, conati di vomito e rantolii, fino a quando la porta si apre e una signora vestita con maglietta e pantaloni appiccicati alla pelle viene trascinata fuori di peso strisciando nel fango, con gli occhi chiusi e il respiro affannoso. Ci hanno spiegato che la capanna, il calore e l’umidità non sono nostri nemici, bensì alleati da cui accogliere tutti i benefici che ci mettono a disposizione, ma di fronte a quella scena che, data la mia nota impressionabilità, mi rifiuto di approfondire nella mia mente c’è spazio solo per tre parole: “Gabbia di matti”. E una domanda, la più sbagliata di tutte, la più contraria allo spirito del rito: “Ma chi me lo ha fatto fare?”.

Un altro gruppo, poi un altro ancora, altra gente entrata sulle proprie gambe che esce in condizioni più o meno sofferenti, ma nessuno rifiuta la chiamata. Quando a non aver fatto il “secondo giro” siamo rimasti in pochi, i miei occhi incontrano quelli di Marco. Gli faccio una battuta sul dio Taranis, a mio avviso l’unico a sapere quando toccherà a me, e la sua risposta è: “Con questa frase ti sei guadagnato l’entrata. Preparati!”.

Via la T-Shirt dell’Inter, via i pantaloncini. Si va!

Stavolta, al contrario della precedente, i ruoli non vengono sorteggiati ma scelti direttamente dallo sciamano. Io sono il tasso, a un solo sedile di distanza da quello dove mi trovavo il giorno prima. Entro con un obiettivo: resistere senza sentirmi male. La procedura è sempre la stessa, ma stavolta davvero, anche quando il caldo si fa sentire, ho la sensazione di poterlo sopportare. Beviamo due volte e nell’illusione di procurarmi un po’ di sollievo mi bagno prima la testa e poi i polsi. Tutto (quasi) inutile, visto che l’acqua evapora praticamente subito. Non so di preciso quanto sia durata; così a occhio e croce direi una mezz’oretta, senza nessun segno di cedimento da parte di nessuno. “Il lupo”, ossia la nostra guida, ci dirà di averci volutamente messi a nostro agio per non indurci al panico e permettere così alla nostra mente di concentrarsi sugli aspetti più spirituali anziché sui disagi fisici, fatto sta che quando si spalanca la porta non c’è nessun fuggi-fuggi, ma anzi si apre una sorta di dibattito nel quale i partecipanti pongono domande sul simbolismo dei rispettivi animali in relazione alla loro vita personale. Anch’io chiedo una spiegazione, e al di là di alcune informazioni generiche che alimentano il mio scetticismo, la risposta tocca aspetti per certi versi sorprendenti: il tasso va in letargo. Dorme. Quindi sogna, e chi ne è rappresentato è pertanto un sognatore, al punto da confondere a volte i sogni con la realtà. Non solo: da un rapido ritratto della mia personalità, elaborato non so come in poco più di ventiquattr’ore di convivenza in un contesto assolutamente anomalo, emerge che vivrei spesso “con il freno a mano tirato”, rendendo difficile al prossimo “leggere nella mia anima” anche se questo significa complicare il raggiungimento dei miei “obiettivi di essere conosciuto”. Quest’ultima è veramente una delle mie aspirazioni, forse in questo momento la più grande in assoluto. Nel resto della descrizione mi riconosco molto meno, ma più di una persona a me vicina, a vario titolo, ha espresso con parole nemmeno troppo diverse la stessa impressione. Saranno tutti stupidi, o paranoici come li definisco io?

Secondo me sì, però…

Eh, sì, alla fine sono proprio capitato in una gabbia di matti, perché solo così si spiega passare i propri fine settimana lavorando come boscaioli e sottoponendosi a simili “torture”, però è un’esperienza che almeno una volta nella vita va fatta, anche solo per poterla raccontare. E poi perché ti lascia dentro qualcosa.

Insomma, non saranno state le classiche “sette camicie”, però tre magliette e due costumi da bagno posso ben dire di averli sudati. E se per caso Marco e i suoi fedelissimi dovessero modificare la location attrezzandola con qualche comodità degna del XXI secolo, chissà che non si possa addirittura ripetere.

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