LA SQUADRA DEL CUORE

La tradizione vuole che “nella vita si può cambiare idea, casa, lavoro, moglie, ma non la squadra del cuore“. E’ vero, è maledettamente vero. Ma non è giusto.

La squadra del cuore si sceglie da piccoli, perchè ci piacciono i colori, perchè ci troviamo tra le mani una figurina, o perchè i nostri parenti ci convincono così per tradizione familiare o simpatie personali. Ma in quel momento l’età della ragione è ancora lontana e non si dovrebbero prendere decisioni definitive che influenzeranno tutta la nostra vita.

Quei ragazzi indossano divise colorate, corrono veloci, cadono e si rialzano senza mai farsi male. In televisione si parla sempre di loro. Fanno palpitare migliaia di cuori. Anche il nostro. E’ così che diventano idoli, parte di noi. E’ così che le loro soddisfazioni diventano le nostre, e anche le loro delusioni.

Il tempo passa: le loro carriere li portano in altre squadre, in altre città, ma noi cresciamo con l’idea che quel logo e quei colori, manterranno per sempre in sè lo stesso significato misterioso che nel corso degli anni si è trasformato in senso di appartenenza. Bello, se non che a un certo punto ti rendi conto che i tuoi idoli hanno dieci anni meno di te e che quando tu già commentavi coi compagni di classe le gesta dei loro predecessori, gli attuali eroi cominciavano appena a gattonare col ciucciotto in bocca, in tutina e pannolino. E allora ti accorgi che di quel gruppo di cui ti eri innamorato è rimasto pochissimo: solo il nome, uno stemma, i colori sociali, e una storia spesso calpestata da chi nemmeno la conosce.

E’ abbastanza? Sì, deve esserlo, anche se i calciatori sono uomini come gli altri e indossare la maglia giusta non li trasforma automaticamente in esempi positivi. E’ davvero difficile disprezzare tanto qualcuno che in teoria ti dovrebbe difendere. E’ davvero difficile augurarsi  che una persona riscuota onori e gloria illuminandoti di luce riflessa, quando avresti solo tanta voglia di prenderla a schiaffi e calci in culo per tutte le volte che ti ha tradito senza mai pagarne le conseguenze. Ma la cosa più difficile è odiare tanto la parte più bella di se stessi.

Oggi che sono in grado di ragionare con la mia testa vorrei scegliermi una squadra in cui mi identifico, che rappresenta me e il mio modo di raggiungere i traguardi prefissati. Purtroppo, però, non stiamo parlando nè di un’idea, nè di una casa, nè di un lavoro, nè di una moglie, quindi dev’essere la squadra a scegliere me e non io a scegliere lei.

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