IL TRISTE DECLINO DI UN GUERRIERO NERAZZURRO


Non avrei mai voluto scrivere questo intervento.
C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un calciatore coraggioso, determinato, orgoglioso, con una grande fiducia in se stesso e la voglia di arrivare in alto. Molto in alto, laddove si schiudono le porte dell’immortalità sportiva e solo gli eroi possono accedere. Per raggiungere questi ambiziosi traguardi che lui solo, supportato da moglie e figli, sentiva alla sua portata, ha combattuto nei campi polverosi di provincia, ha sfidato avversari più famosi, talentuosi e presuntuosi, sottomettendoli al suo sguardo infuocato e costringendoli alla resa. Non si sentiva inferiore a nessuno, sapeva ciò che voleva ed era disposto a tutto per ottenerlo, anche ad attraversare il Naviglio per dimostrare a chi non lo riteneva all’altezza che si stava sbagliando.

Non aveva paura di nessuno, non aveva nessuna debolezza… o meglio, una
sì, ma era anche la sua forza. I nemici sapevano di quella mamma prematuramente
scomparsa e lo insultavano vigliaccamente colpendo una donna che non poteva più difendersi. Lui ne soffriva, ma reagiva a modo suo: dedicandole ogni gol, ogni impresa, puntando l’indice verso il cielo mentre gli occhi inevitabilmente si inumidivano. Ebbene sì, anche lui è un essere umano.
A ogni tappa della sua faticosa ma inarrestabile scalata verso la gloria, si girava di schiena mostrando con fierezza il numero di maglia col nome stampato sopra, come a significare: “Avete visto chi sono?




Neanche quella testata subita in pieno petto da un avversario che non sopportava di essere annientato nell’occasione più importante lo ha fermato. Solo una smorfia di dolore, poi si è rialzato sulle sue gambe e ha continuato a giocare come se niente fosse, incurante dei fischi di chi non aveva visto (o non aveva voluto vedere), fino a issare il tricolore italiano sulla vetta del mondo. Era il 9 luglio 2006 e questo giocatore, quest’uomo, fino ad allora conosciuto come Marco Materazzi, è diventato l’Eroe di Berlino.



L’ho ammirato tanto e non dimenticherò mai le emozioni che mi ha regalato. Non dimenticherò mai le battaglie dialettiche che ho sostenuto (e che continuerò a sostenere) per difenderlo da chi lo accusa di essere solo “un mediocre“, “un macellaio“, “un provocatore“, ecc.
Ma ora questa persona, in cui mi identificavo in tutto e per tutto, non esiste più. Al suo posto troviamo un atleta rassegnato a terminare la carriera in panchina, da comprimario e non più da protagonista, senza più combattere e rivendicare il meritato spazio. Un cosiddetto “uomo spogliatoio” capace di abbracciare l’allenatore che su quella panchina l’ha relegato per due intere stagioni, costringendolo a guardare da lontano i compagni in campo e festeggiarli con ridicoli balletti quando essi segnano. Dentro di me sentivo che la stima stava diminuendo, tuttavia cercavo di accettarlo, giustificandolo pensando che il tempo passa per tutti e che in fin dei conti essere ancora lì, a 37 anni, a soffrire e sgolarsi per dare suggerimenti mettendo la propria esperienza al servizio dei più giovani è una grande dimostrazione di attaccamento alla Maglia.
Pochi giorni fa Matrix si è recato all’albergo “Melià” di Milano, che ospitava il ritiro del Real Madrid, per salutare il suo ex allenatore Mourinho (sempre lui: quello che non lo faceva mai giocare…) e al termine di un incontro casuale con Zinedine Zidane
, il primo dopo 4 anni dalla movimentata notte tedesca, i due si sarebbero chiariti e stretti calorosamente la mano come vecchi amici che ricordano i bei tempi andati.
Ecco, è questo che non capisco… Il Materazzi che conoscevo io non avrebbe mai concesso il suo perdòno a un perdente. Lo avrebbe guardato con aria sprezzante ricordandogli che mentre uno alzava la Coppa del Mondo sommerso da migliaia di coriandoli azzurri, l’altro si macerava di rabbia nello spogliatoio silenzioso degli sconfitti. Purtroppo è andata diversamente: la pace è stata inesorabilmente siglata e devo farmene una ragione, ma io il numero 23 dell’Inter preferisco ricordarmelo così.

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