LE MIE VITTORIE PIU’ BELLE


28/5/1989
Avevo 13 anni e frequentavo la seconda media.
Fin
dalle prime giornate, quell’Inter mi aveva ispirato grandissima fiducia
e per questo avevo deciso che l’avrei seguita allo stadio in tutti i
suoi impegni casalinghi, indipendentemente dagli avversari affrontati.
Purtroppo non ce l’ho fatta, perchè già allora non era facile trovare i
biglietti per le grandi partite e così mi ero perso le sfide contro
Milan, Juventus, Sampdoria e Bologna (quest’ultima per un impegno già
preso precedentemente da mio papà… purtroppo ero ancora troppo piccolo
per “ribellarmi”).

La
chiamavano “La Stupenda” e quel giorno di fine maggio nell’aria si
sentiva profumo di scudetto. Bastava una vittoria, solo un’altra
vittoria dopo le innumerevoli già conquistate in quel fantastico
campionato, per azzerare i sogni di rimonta del Napoli, proprio nello
scontro diretto a 4 giornate dalla fine, nel nostro stadio esaurito in
ogni ordine di posti. Già, tutto esaurito, appunto… Non osavo nemmeno
sperare di essere tra i fortunati testimoni dell’evento.

E
invece, quando meno me l’aspettavo, Armando, detto “Armaduk”, un amico
di mia mamma, ha sfoderato due biglietti di 1° anello blu rimediati
chissà dove. Certo, saremmo stati circondati dai tifosi partenopei, ma
chissenefrega di fronte alla possibilità di poter festeggiare dal vivo
il mio primo tricolore. Ricordo la rete di Careca che ci mandò
all’intervallo sotto 0-1, l’autogol di Fusi all’inizio della ripresa per
il meritato quanto inatteso pareggio, e poi quel calcio di punizione
che non si riusciva a battere, con i napoletani preoccupati di evitare
l’inevitabile e gli interisti consapevoli che il piede di Lothar
Matthaeus da Erlangen stava per scrivere un pezzo di storia nerazzurra.
Lo sapevamo, ce lo sentivamo, e quando il pallone ha gonfiato la rete è
cominciato un lungo conto alla rovescia verso il triplice fischio
dell’arbitro Agnolin che avrebbe sancito la matematica conquista del
titolo. Quando è arrivato non avevo più voce per gridare nè forze per
saltare, ma solo lacrime di commozione che mi bagnavano le guance. Dopo
la sfilata nel centro di Milano col bandierone al vento, ho passato la
sera fuori dagli studi della Domenica Sportiva in attesa di vedere da
vicino i miei eroi, poi, il giorno dopo, ho trasformato la mia aula in
una piccola Curva Nord addobbandola con sciarpe, cartoline, adesivi,
tutto rigorosamente nerazzurro.

La mia bacheca di tifoso non era più vuota.
        

22/5/1991
La
Coppa Uefa, 12 partite per eliminare 6 avversari, sempre con la
consapevolezza che uno sbaglio poteva significare la fine. A meno di non
ribaltare con la determinazione e la forza di volontà quei risultati
che sembravano già scritti, come l’epica rimonta contro l’Aston Villa:
3-0 in uno stadio “Meazza” speranzoso nel miracolo e ripagato nel
migliore dei modi della fede riposta nei ragazzi guidati da Trapattoni.
Senza quella serata non ce ne sarebbero state altre, non ci sarebbe
stata la finale dell’Olimpico che riportava una Coppa europea nella
Milano nerazzurra dopo la bellezza di 26 anni.

L’ho
vissuta a casa, incollato al televisore camminando nervosamente fino a
consumare il pavimento e le ciabatte. Ogni volta che il gioco si fermava
guardavo l’orologio, ma il tempo non scorreva mai. Per quanto saremmo
riusciti a difendere quei due preziosissimi gol di vantaggio conquistati
nella partita di andata davanti ai miei occhi sognanti? 81 minuti, poi
anche Walter Zenga, portiere leggendario meglio conosciuto come “L’Uomo
Ragno”, si è dovuto inchinare al diagonale del centravanti romanista
Rizzitelli. La doppia sfida era riaperta, se avessero segnato ancora
ricominciava tutto daccapo. E invece no! Gli eroi nerazzurri hanno
stretto i denti fino alla fine, rilanciando il più lontano possibile
ogni pallone che si avvicinava alla nostra area, regalando ai
fedelissimi arrivati a Roma e a noi altri comuni mortali rimasti a
Milano un’altra notte di festa.

        

11/5/1994
Eravamo partiti come favoriti per lo scudetto, abbiamo rischiato di finire in serie B.
Coppa Uefa e salvezza per cancellare l’amarezza“:
era questo lo slogan che per un mese ha campeggiato sul mio diario
scolastico, i miei quaderni e qualsiasi altra superficie scrivibile mi
capitasse a tiro. Fallire entrambi i traguardi, o anche uno solo di essi
sarebbe stato devastante per il mio cuore di giovane tifoso.

Il
campionato era finito da ormai dieci giorni, e seppur a fatica e solo
grazie ad un piccolo e apparentemente insignificante punticino raccolto
su chissà quale campo, ci eravamo conquistati la permanenza nella
massima categoria evitando di macchiare per sempre la nostra gloriosa
storia. Ora, per rendere vincente una stagione che rischiava di essere
disastrosa, non restava che alzare la Coppa Uefa al cielo di Milano,
partendo dal prezioso 1-0 conquistato nella partita di andata al Prater
di Vienna.

Il Casinò
Salisburgo, nostro avversario nell’atto finale, non vantava un grande
palmarès e in virtù anche del risultato favorevole maturato due
settimane prima, tutti noi 81.000 che riempivamo lo stadio ci
aspettavamo una semplice passerella al termine della quale avremmo
potuto finalmente sciogliere la tensione accumulata negli ultimi mesi,
dando libero sfogo alla nostra voglia di festeggiare insieme ai
giocatori. In effetti alla fine è stato così, ma che fatica. E che
sofferenza vedere quei palloni impazziti schizzare da una parte
all’altra dell’area di rigore nerazzurra, fermati nella loro corsa
incontrollata solo dalle mani e dai piedi di uno Zenga para-tutto più
che mai deciso a farsi rimpiangere da quei dirigenti sciagurati che,
dopo un’intera vita dedicata all’Inter, l’avevano prematuramente
scaricato come un ferro vecchio. Solo il gol di Wim Jonk a poco meno di
mezz’ora dal novantesimo ha definitivamente annichilito le speranze
austriache e così, una volta abbandonato il mio posto al termine della
cerimonia di premiazione, ho potuto dare inizio alle scorribande
notturne in sella alla mia bici. Il giorno dopo mi sarei auto-firmato la
giustificazione per saltare la scuola.
       
6/5/1998
Ronaldo.
La
stagione era partita nel nome di questo neanche ventunenne nato per
giocare a calcio. Già da qualche anno si parlava di lui come del “nuovo Pelè
e le immagini delle sue grandi giocate che rimbalzavano sulle emittenti
televisive di tutto il mondo sembravano confermare questa suggestiva
ipotesi.
Ronaldo indossava la maglia nerazzurra numero 10 e per nove
mesi ha deliziato il pubblico con numeri di alta scuola e gol
meravigliosi che, purtroppo, non sono bastati a regalarci il sospirato
scudetto, finito ancora una volta sulle divise bianconere della
Juventus.
In compenso in Coppa Uefa avevamo fatto strada fino a
raggiungere la finale di Parigi. Un po’ la delusione per la mancata
conquista del tricolore, un po’ la delicata situazione economica in cui
mi trovavo all’epoca e un po’ il solito timore reverenziale dei lunghi
viaggi avevano fatto sì che, dopo aver seguito tutte le partite
casalinghe dalla Curva Nord “Meazza”, quell’ultima battaglia la vedessi
in televisione. No, non nel mio salotto. L’occasione era talmente
importante da meritare almeno la giusta atmosfera: piazza Duomo, pigiato
come una sardina davanti al maxischermo insieme ad altre migliaia di
fratelli nerazzurri col cuore gonfio di speranza. Lazio annichilita, 3-0
e tutti a casa… anzi, no, in giro a clacson (e campanelli) spiegati
fino alle prime luci dell’alba!
     

15/6/2005
Sette
anni, tanti ne erano passati dall’ultima volta che avevo assaporato il
gusto dolce della vittoria. In questo lasso di tempo erano cambiate
molte cose, primi tra tutti, ovviamente, i giocatori. Quel Ronaldo
chiamato pomposamente “Il Fenomeno”, col senno di poi si era rivelato sì
tale… da baraccone, però! Sulla panchina interista non sedeva più
Gigi Simoni, ma quel Roberto Mancini testimone di parte avversa in
occasione della Coppa Uefa vinta contro la sua Lazio al “Parco dei
Prìncipi” parigino. Già, la Lazio… troppi ex biancocelesti in
quell’Inter, tanto che non riuscivo a immedesimarmi completamente in
quei colori che tanto amo.
E poi c’è la malattia, quel misterioso,
maledetto malessere che per tutta la stagione mi ha impedito di
frequentare lo stadio col solito entusiasmo, e che anche nella serata
più bella, quella che riapre la bacheca nerazzurra dopo anni di sfottò e
oblio non mi lascia godere appieno dell’emozione, preoccupato come sono
di ciò che ne sarà di me. Col corpo sono al mio posto, in Curva Nord di
fianco a Giulio, ma la mia testa è altrove. Vinciamo ma non festeggio.
Non ne ho la forza. Torno a casa dopo la premiazione e mi addormento con
un pensiero fisso: “Non è giusto. Ma perchè proprio adesso che abbiamo ricominciato a vincere, io sono ridotto così?“.
     


22/4/2007
Chiunque
sia passato da questo sito, anche solo per sbaglio, lo sa: quello è
stato il giorno più bello della mia vita. In una bella città, allo
stadio con la ragazza che amavo, per vincere lo scudetto grazie alla
doppietta del mio idolo. Cosa potevo chiedere di più, dopo soli 4 mesi
che mi sentivo meglio e avevo ripreso a seguire la mia squadra del
cuore?

Io
e miei amici eravamo arrivati a Siena il giorno prima per goderci un
bel fine settimana primaverile, e dopo un sabato all’insegna del relax e
delle nuove conoscenze, la notte passa tranquilla ma l’indomani la
tensione comincia a farsi sentire appena aperti gli occhi. Dovrebbe
essere solo una tappa di avvicinamento, nessuno si aspetta di chiudere i
giochi così presto, a 5 giornate dalla fine del campionato. Provo a
considerarla una semplice gita fuori porta e prima di entrare allo
stadio scambio la mia maglietta con quella di Anna. E’ incredibile la
naturalezza con cui mi si mostra in canottierina leggera… cazzo,
quanto era bella…

Vabbè, ma questa è un’altra storia.
La
partita è più sofferta del previsto e naturalmente col passare dei
minuti i miei buoni propositi di seguirla in maniera distaccata vanno a
farsi benedire, tanto che la mia amica si innervosisce e mi “invita
cortesemente” ad allontanarmi se non intendo incitare la squadra
incondizionatamente. Lo faccio, ma quando Materazzi segna dal dischetto
il gol del definitivo 2-1 il primo abbraccio è tutto per lei. Nel
frattempo la Roma, seconda in classifica a distanza siderale, sta
perdendo a Bergamo; se non cambia niente siamo Campioni d’Italia. Da lì a
qualche minuto nel settore ospiti si scatena la gioia più
incontenibile, ma io sono paralizzato dall’emozione. Ho sognato per 18
anni questo momento e ora che lo sto vivendo sono completamente
svuotato. Guardo Anna leggendo la felicità dentro ai suoi occhietti
inumiditi dalle lacrime e quando la polizia dà l’ordine abbandoniamo i
nostri posti per colorare di nerazzurro Piazza del Campo. Lì ci
raggiungono gli altri della compagnia non interessati alla partita;
passo il resto del pomeriggio con loro e al calar della sera riprendo
l’auto per tornare a casa. Il viaggio è lungo e non arrivo in tempo per
la sfilata dei campioni sul pullman scoperto, ma sono lo stesso felice.
     


18/
5/2008
A
febbraio avevamo toccato quota +11 sulla seconda. Il conto alla
rovescia verso il secondo scudetto di fila ottenuto sul campo, e
soprattutto il mio primo da abbonato, alla faccia degli amici che mi
accusavano di portare sfiga, era già scattato. Poi, settimana dopo
settimana, qualche risultato negativo di troppo, la rimonta romanista, e
ora ci giocavamo il titolo all’ultima giornata col solo conforto
dell’unico punticino superstite del nostro enorme vantaggio.
La
settimana era trascorsa nella consueta faticosissima caccia al
biglietto, ma anche questa volta, nonostante la trasferta fosse
ufficialmente vietata per le solite assurde ragioni “di ordine
pubblico”, mi ero guadagnato un seggiolino in prima fila al fianco dei
ragazzi di nerazzurro vestiti, chiamati a espugnare l’ostico campo del
“Tardini” di Parma. Dopo aver dato uno sguardo al cielo sereno e deciso
di lasciare in macchina il giubbino impermeabile, entro allo stadio due
ore buone prima del fischio d’inizio. Del resto cosa ci restavo a fare
fuori? A misurarmi la tachicardia e aspettare che qualcun altro si
sedesse al mio posto? Purtroppo, appena raggiunta la Curva, le prime
gocce di pioggia mi danno le avvisaglie del diluvio universale che si
sarebbe abbattuto sulla città emiliana per il resto del pomeriggio, e se
durante la partita potevo anche non farci caso essendo totalmente
concentrato sul gioco, una volta ri-cucitomi lo scudetto sulla maglia
grazie alla meravigliosa doppietta di Ibrahimovic, ho realizzato di
essere completamente inzuppato, tanto che a stento riuscivo a muovermi.
Rinuncio a malincuore alla festosa invasione di campo e mi dirigo verso
il parcheggio dove mi cambio alla bell’è meglio prima di riprendere la
strada di casa.
Questa volta la festa si tiene “nel nostro stadio, insieme ai nostri tifosi“,
come annunciato da capitan Zanetti a bordo del pullman sociale, e fra
le migliaia di persone che affollano l’impianto ci sono anche io,
insieme a Dana, Pigi e Giulio. Manca solo Anna; per tutto il pomeriggio
avevo cercato di mettermi d’accordo con lei, ma inutilmente. Pochi
giorni dopo avrei scoperto che mentre io applaudivo i nostri campioni,
lei si trovava in compagnia di un gobbo. Che differenza rispetto a 13
mesi prima… vabbè, peggio per lei: non sa cosa si è persa!
   

24/8/2008
Esorcizzata la maledizione
secondo la quale l’Inter non avrebbe vinto lo scudetto nelle stagioni
in cui sottoscrivevo l’abbonamento, nella mia personalissima bacheca
restava ancora una casella vuota da riempire al più presto: la
SuperCoppa Italiana, trofeo per certi versi “minore”, ma che dopo averne
perse due edizioni dal vivo, assistendo peraltro da casa alle
altrettante vinte, cominciavo a desiderare ardentemente non foss’altro
che per poter dire il classico “Io c’ero
.
Ebbene,
a poco più di tre mesi da quella festa incompleta, rieccomi in Curva
Nord dove tante volte avevo gioito e sofferto accanto al mio amore
impossibiile, ora più che mai. Al suo posto, in piedi sul seggiolino di
fianco al mio, c’è Massimo, interista dalla punta dei capelli alla punta
dei piedi, animato da una passione nerazzurra pari solo all’odio
provato nei confronti di “quelli là
,
come chiama i cuginastri milanisti dei quali si rifiuta perfino di
pronunciare il nome. E’ bello vedere le partite insieme a lui,
insultando gli avversari con epiteti irripetibili sapendo che non si
scandalizza, ma anzi partecipa e spinge per essere sempre più cattivi.

Prima
Muntari e poi Balotelli ci portano rispettivamente sull’1-0 e sul 2-1,
ma entrambe le volte veniamo rimontati. La seconda a pochi istanti dal
fischio finale: una mazzata che ucciderebbe un toro. E invece noi siamo
sempre lì, a combattere su ogni pallone, più che mai vogliosi di
portarci a casa il primo titolo della nascente èra Mourinho. Ma i tempi
supplementari non bastano, e nemmeno la prima serie di rigori durante la
quale i giallorossi vedono il match-point sui piedi del loro capitano
infrangersi inesorabilmente sulla traversa. E’ il destino. Quel destino
ha deciso che sarà un altro capitano, non romano ma argentino, a mettere
il sigillo su questa emozionante sfida e alzare la Coppa al cielo
dell’estate milanese. Javier Zanetti tira nell’angolino basso dove
nessun portiere del pianeta Terra potrebbe mai arrivare, e segna.

Lo stadio esplode, le gradinate cominciano a tremare sotto i miei piedi al ritmo di “Chi non salta è un giallorosso, olè, olè!“.
No, non è solo quello a farmi perdere l’equilibrio. La testa… mi gira
la testa e mi mancano le forze. Ho goduto troppo, troppo intensamente e
troppo all’improvviso. Mi siedo sul seggiolino mentre Massimo mi chiede
se va tutto bene. “
“,
gli rispondo. E’ una sensazione che conosco benissimo; pochi minuti e
poi mi rialzo molto più tranquillo ma ugualmente felice. Giusto in tempo
per la premiazione, quella non me la sarei persa per nulla al mondo!
 

16 e 17/5/2009
E’
strano, eh, vincere lo scudetto in due tappe? Magari alcuni di voi lo
crederanno addirittura impossibile, ma purtroppo il cosiddetto “calcio
moderno” governato dalle pay-tv può dare vita anche a questi paradossi.

Già,
perchè in pratica succede che per le solite esigenze televisive, che
ben poco hanno da spartire con lo sport e la regolarità del campionato,
il Milan secondo in classifica dietro l’invincibile armata nerazzurra
guidata dal Generale Mourinho sia chiamato a giocare l’anticipo del
sabato sera a Udine. In caso di sconfitta dei diretti rivali l’Inter si
ritroverebbe Campione d’Italia prima ancora di scendere in campo. Va da
sè che, ovviamente, subito dopo cena il ritiro di Appiano Gentile si
trasforma in un cinema d’elite in cui i nostri calciatori assistono
trepidanti alle sventure avversarie e al tramontare dei residui sogni di
gloria di Ancelotti & C. Qui finisce la storia e comincia la
leggenda…
Si narra che, al termine di Udinese-Milan e dopo i
canonici brindisi, una delegazione di giocatori sia andata a rapporto
dal mister chiedendo espressamente il permesso di abbandonare il ritiro
per festeggiare il titolo matematicamente conquistato insieme ai tifosi
che si erano nel frattempo già riversati per le strade di Milano.
Richiesta accolta a denti stretti e così ecco che a meno di 24 ore da
una partita ufficiale assistiamo alla sfilata dell’ormai abituale
pullman scoperto nerazzurro con a bordo atleti “armati”  di bottiglie di
spumante tenute appositamente in fresco e aperte con un giorno di
anticipo. Queste scene grottesche le ho viste in televisione perchè non
me la sono proprio sentita di esultare ed esaltarmi, non per una mia
vittoria, bensì per un’altrui sconfitta.
Fortunatamente, nonostante
la notte di baldoria più consona a un addio al celibato che alla vigilia
di una partita di calcio, il campo ha sancito il lieto fine con una
netta affermazione dei neo-Campioni d’Italia sul Siena per 3-0. Ci
sarebbe stato tutto il tempo per godersi il trionfo, ma sfortunatamente
l’onda lunga del successo si era ormai esaurita alle prime luci
dell’alba. 
 

5/5/2010
Cinquemaggio: una data che gli interisti di tutto il mondo vorrebbero cancellare.
Stadio Olimpico di Roma: il teatro della sciagura sportiva, il luogo
dove i sogni tricolori sono rimasti sepolti per otto lunghi anni.
Ero in tribuna Montemario quel pomeriggio del 2002, avevo speso 100 euro
per andare incontro a quella cocente delusione. E naturalmente non
potevo mancare nel giorno del riscatto, quello in cui la vendetta
sarebbe stata servita fredda, come da tradizione. Certo è Coppa Italia
anzichè campionato, l’avversario si chiama Roma anzichè Lazio, e noi
siamo ormai una squadra plurivincente e non più i timidi sprovveduti
affamati di gloria di qualche anno prima, ma l’occasione per alzare un
trofeo in quella data e in quello stadio è troppo ghiotta per
lasciarsela sfuggire. A rendere il tutto ancora più stuzzicante, la
possibilità di superare il Milan in quanto a Coppe Italia conquistate,
dando così un’altra spallata alla loro già vacillante autostima ormai
sostenuta più dalla propaganda di regime che dai risultati.
I giallorossi subiscono una lezione di calcio ben al di là dello
strettissimo 1-0 finale firmato dal “Principe” Milito al termine di una
straordinaria azione personale in cui si porta a spasso l’intera difesa
prima di scaraventare in rete un bolide assolutamente imparabile.
L’espulsione dell’idolo di casa Totti e l’inno “Pazza Inter” che risuona
a tutto volume mentre la Curva Sud si svuota mestamente sono sfiziose
ciliegine che vanno ad arricchire la dolcissima torta nerazzurra. Che,
col senno di poi, più che un dessert si rivelerà un antipasto vista
l’indigestione di successi che attende gli ex ragazzi di Mourinho ora
agli ordini di Benitez.


16/5/2010
Siena, tre anni dopo.
Non c’è più Anna, con la sua carica di dolcezza mescolata alla competenza dei veri tifosi.
Non c’è più Raffaele, presissimo con gli ultimi preparativi
dell’imminente matrimonio al quale mi ha invitato in nome della nostra
amicizia, per nulla scalfita ma anzi rafforzata dalle comuni sofferenze
causateci da quella ragazza così contraddittoria.
Siamo rimasti io e Silvia, l’uno con la passione nerazzurra che non
vuole saperne di abbandonarlo e l’altra con quell’innata ospitalità che
la porta a non ascoltare le maldicenze della cugina ed ad accogliermi a
braccia aperte nella sua vita per due giorni.
Il tempo è variabile, non certo l’ideale per un fine settimana di calcio e turismo. “Stai a vedere che mi tocca vincere un altro scudetto sotto l’acqua“,
mi dico. Per avere la certezza di confermarci Campioni d’Italia serve
solo la vittoria, risultato non certo scontato ma diciamo probabile,
visto soprattutto che la squadra toscana è già matematicamente
retrocessa da qualche giornata. Per certi versi mi dispiace; ero
abituato bene a frequentare la città del Palio, così accogliente con le
sue colline, i suoi piatti tipici, i caratteristici vicoli e
l’inconfondibile “c” aspirata dei suoi abitanti. Auguro ai bianconeri di
tornare quanto prima in serie A, pur sapendo che anche nel caso dovesse
accadere nel frattempo la mia amica si sarà laureata, rientrando
pertanto al nord. Senza di lei questa trasferta non sarà più la stessa
cosa.
Tanto per cambiare procurarsi il biglietto per la partita decisiva non è
stato facile nè economico. Questa volta la soluzione è venuta da E-Bay,
dove ho trovato un interista di Roma che, non essendo riuscito a
procurarsi i biglietti per tutti i suoi amici, aveva deciso di cedere
anche il suo al miglior offerente. Strano ma vero, la fortuna ha
schiacciato l’occhio nella mia direzione e così sono bastate tre o
quattro telefonate per metterci d’accordo: spedizione urgente via
corriere e pagamento in contrassegno al ritiro del pacco. Forse non
leggerà mai ma io ci provo ugualmente: grazie, Jim87, per avermi
permesso di vivere l’emozione anche di questo scudetto! E grazie
naturalmente a Milito per aver realizzato il gol decisivo.
21/8/2010
Vi ricordate quando a scuola studiavamo storia? Si partiva dagli uomini
delle caverne, poi l’Impero Romano, gli Egizi, il Medio Evo, la scoperta
dell’America… e via-via fino ai giorni nostri.
Vale anche per questo intervento, certo in scala ridotta (ho solo 34
anni), ma il principio è lo stesso: siamo passati dal ragazzino delle
medie che ammirava da lontano i suoi campioni, immaginando (e a volte
riuscendoci anche!) di prendere in giro i compagni di classe, all’uomo
adulto con una invidiabile collezione di fotografie insieme ai
giocatori, accomunati dalla stessa genuina passione per una maglia a
strisce verticali nerazzurre. In mezzo una malattia misteriosa,
delusioni sentimentali, l’avvento del calcio-business, amici persi e
ritrovati, due libri pubblicati, perfino uno sciopero del tifo per
protesta contro la società…
Ma il primo amore non si scorda mai ed eccoci quindi al ritorno dopo
l’anno di auto-esilio a cui mi ero volontariamente “condannato”. E’
significativo che a sancire questo evento sia stata la vittoria in
SuperCoppa Italiana perchè anche se l’emozione della conquista non è
stata così violenta come la prima volta, resta un trofeo al quale mi
sento particolarmente legato. E se nel 2008 ho vissuto il trionfo
accanto a Massimo, un mese fa il mio compagno di tifo è stato Raffaele.
Quanto sarebbe bello se chi gestisce il calcio capisse che vedere la
partita allo stadio non è solo mandare affanculo i romanisti, “purgati”
dall’ex laziale Pandev e dalla doppietta di Eto’o, ma anche battere il
“cinque” a un amico che prova le tue stesse gioie e le tue stesse
delusioni.
Ovviamente, quando per 4 anni consecutivi lo scudetto non si scuce dalla
tua maglia e ti sei appena fregiato del titolo di Super-Campione
d’Italia, va da sè che le prime superano di gran lunga le seconde.

Questo mio amarcord è incompleto, lo so.

Manca la Supercoppa Italiana del 1989, giocata in una gelida sera di novembre,
e io che chissa’ perche’ mi ero fatto l’idea che non avrei mai trovato un
biglietto e mi sono arreso senza nemmeno  cercarlo. per poi scoprire che
al “Meazza” c’erano poco piu’ di 7.000 persone.

Mancano la Coppa Italia del 2006 e le SuperCoppe Italiane del 2005 e del 2006, alle quali non ho assistito a causa della mia malattia.
E manca la Coppa dei Campioni del 2010, della quale, coerentemente con la mia protesta, non ho visto neppure un minuto. Il giorno della finale ero invitato al matrimonio di
Raffaele. E’ andata benissimo anche così.

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