IL BICCHIERE MEZZO PIENO


(30/1/2009, ore 3:21)

Quando
ho saputo che dalla Sicilia erano finalmente arrivati i camion con le cassette di
arance, il mio primo pensiero è stata Anna. Sì, lo so che non è una novità;
qualunque cosa mi fa pensare a lei, da "Pazza Inter" agli incidenti
stradali come quello da cui mi ha "salvato" con la sua squisita
ospitalità la notte che ho distrutto la macchina in uno scontro con una volante
della polizia.
Ma da quando abbiamo litigato, non posso più frequentarla come e quando vorrei.
Mi servono delle occasioni, e questa poteva fare al caso mio. Sapevo che non
sarebbe stata a casa, ma mi avrebbe comunque fatto piacere incontrare sua mamma
e/o le sue sorelle per fare due chiacchiere tranquillamente in modo da far loro
capire che non sono il teppista molestatore descritto dalla mia (ex?) amica in
preda alla rabbia.
Così mi sono organizzato. Sesto San Giovanni, sede dell’azienda il cui titolare
aveva ricevuto il carico di frutta, non è distante da Monza, e oltretutto nel
rientrare sarei stato sulla strada per il bar dove sono solito seguire in
televisione le trasferte più lontane dell’Inter. Una volta sistemate in auto le
cassette straboccanti, ho telefonato a casa di Anna: "Chiamata non
riuscita. Non autorizzato". Una, due, tre volte… paranoia: "Oddìo,
mica avranno addirittura bloccato il mio numero?". Non mi arrendo, non
così presto; chiamo il cellulare della signora Rosaria, e lei mi risponde al
primo tentativo. Le parlo come se fra me e sua figlia non fosse mai successo
niente, e le propongo di passare da lei a lasciarle giù qualcuna di quelle
arance speciali per tutta la famiglia. Lei mi risponde gentilmente, ma
purtroppo ringrazia e declina l’invito. E io che mi ero immaginato frase per
frase il discorso con cui mi sarei "riabilitato" percepisco una certa
diffidenza nei miei confronti. Ci resto male, ma non è il caso di insistere.
Saluto con tono cordiale e riaggancio. Non dovendo passare da lei, mi ritrovo
in grande anticipo sulla tabella di marcia, e così passo il tempo informandomi
dal servizio assistenza sul significato di quello strano messaggio sul display
del mio cellulare: niente, nemmeno loro se lo sanno spiegare. Vabbè, sarà per
un’altra volta, ora l’Inter mi aspetta.
Arrivo
al bar e scopro che, vista la presenza anche di tifosi gobbi ed ebrei, le
partite saranno alternate per non scontentare nessuno. E, no, eh… io i
Campioni d’Italia voglio vederli dal primo all’ultimo minuto! A malincuore
cambio locale.
Iniziamo bene e passiamo in vantaggio grazie a Stankovic, ma poi l’arbitro
decide di rovinarci (e rovinare) la partita estraendo un cartellino rosso ai
danni di Muntari che non sta nè in cielo nè in terra. Da lì in avanti è
sofferenza, alla fine manca quasi un’ora e il Catania prende decisamente in
mano le redini del gioco. A 20 minuti dal termine il risultato è ancora fermo
sull’ 1-0 per noi, quando Ibrahimovic si lancia nello spazio e riceve un lancio
millimetrico. Dà un’occhiata al guardalinee: la sua posizione è regolare! E
allora via verso il portiere che gli esce disperatamente incontro, un
pallonetto ed ecco la porta vuota che si spalanca davanti a lui. Mi alzo in
piedi esortandolo a tirare prima che qualcosa possa intromettersi fra noi e il
gol della sicurezza; lui forse mi ascolta (o più probabilmente non poteva fare
altro, visto che ormai era arrivato sulla linea), e con un piatto destro
deposita la sfera in fondo al sacco. GOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLLLL!!!!!!!!!
La mia esultanza è liberatoria e rabbiosa: insulti ai tifosi catanesi, e pugni
pestati sul tavolo. Fino a quando, come mi succede ogni tanto allorchè
l’emozione è troppo forte, avverto un calo di pressione e mi risiedo. Dietro di
me sento la voce del barista: "Ehi, Lei, guardi che non può fare così; se
si comporta in questo modo è meglio che si accomodi fuori
". Coooosaaaa???
Ma questo evidentemente non mi conosce. Io sono Campione d’Italia e primo in
classifica; sto vedendo una partita e poiché l’Inter ha segnato in inferiorità
numerica io faccio QUEL CAZZO CHE VOGLIO! Con il sangue agli occhi, e ancora
parzialmente alterato dalla tensione agonistica, gli stringo provocatoriamente
la mano, e prima di imboccare la porta lo mando affanculo senza tanti giri di
parole. Anzi, già che ci sono ne approfitto anche per urlargli in faccia:
Terun!”. In realtà non ho la più pallida idea di quali siano le sue origini,
ma uno che mi rompe i coglioni durante Catania-Inter questo appellativo se lo
merita tutto.
Col
risultato ormai al sicuro mi avvio verso il bar del mio amico, giusto per
vivere in compagnia il tripudio finale. Che raggiunge l’apice nel momento in
cui il genoano Milito pareggia i conti contro il Milan, ricacciando i
cuginastri poveri nell’abisso ghiacciato dei –8 punti. Gli altri “rivali” nella
corsa allo scudetto (se così si possono chiamare, vista l’enorme differenza
quali-quantitativa) vengono sconfitti a Udine, e con questo la ventesima
giornata assume i contorni del trionfo.
Vorrei
tanto celebrare le vittorie della mia squadra con la persona che mi sta più a
cuore, ma finchè nessuno mi darà la possibilità di dimostrare chi sono davvero
sarò condannato a un triste esilio. Pazienza, con l’aiuto dei miei campioni le
delusioni passano in secondo piano, perché, come scrivevo già qualche tempo fa
all’indomani dell’affermazione in SuperCoppa Italiana “finchè c’è Inter, c’è
speranza”. E l’Inter c’è, eccome se c’è! Lassù in vetta, sempre più sola e lanciata
verso l’ennesimo tricolore.
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